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HPV, il controllo che affianca il Pap test

Vaccinazione e monitoraggi periodici restano essenziali, anche quando l’infezione non dà sintomi.

L’infezione da papillomavirus umano (HPV) è molto comune e spesso non provoca sintomi. Può rimanere latente per anni oppure manifestarsi con verruche, condilomi e papillomi sulle mucose genitali e orali. Esistono oltre 200 genotipi del virus, ma nove sono considerati ad alto rischio oncogeno. Nella maggior parte dei casi l’organismo riesce a eliminare spontaneamente le infezioni e le lesioni di basso grado al collo dell’utero regrediscono entro un anno nel 50% dei casi e in due anni nel 90%.

Il rischio aumenta quando un ceppo ad alto rischio permane a lungo e non viene individuato o trattato. L’HPV è associato al 95% dei tumori della cervice uterina e può contribuire anche allo sviluppo di neoplasie di vulva, vagina, ano, pene e orofaringe. La trasmissione avviene soprattutto attraverso i rapporti sessuali e il contatto tra pelle e mucose, anche senza penetrazione. Il profilattico riduce il rischio, ma non garantisce una protezione totale.

Vaccino e controlli periodici

La prevenzione si basa su due strumenti: vaccinazione e screening. Il vaccino protegge dai nove ceppi potenzialmente cancerogeni ed è raccomandato a maschi e femmine. In Italia viene offerto gratuitamente dagli 11 anni fino alla maggiore età per i ragazzi e fino ai 26 anni per le donne. La protezione è maggiore prima dell’inizio dell’attività sessuale, ma la vaccinazione può essere valutata anche in età adulta e dopo un’infezione, perché non cura quella già presente ma può proteggere da altri ceppi.

Essere vaccinati non significa interrompere i controlli. Il Pap test rileva alterazioni cellulari e lesioni sul collo dell’utero, mentre l’HPV-DNA test cerca direttamente la presenza del virus. Secondo le indicazioni riportate nell’intervista alla ginecologa Monica Calcagni, il Pap test viene eseguito ogni due o tre anni a partire dai 24-25 anni; dai 30 anni si ricorre invece all’HPV-DNA test ogni cinque anni, fino ai 65 anni. Le modalità possono essere organizzate dai programmi regionali di screening.

Cosa fare con un risultato positivo

Un test positivo non equivale a una diagnosi di tumore. Se l’HPV-DNA test rileva il virus, si procede con esami di approfondimento, in particolare la colposcopia e, quando necessario, la biopsia. È possibile risultare positive al virus e avere un Pap test negativo: in questo caso non sono state individuate alterazioni cellulari e la situazione viene generalmente monitorata nel tempo.

Le lesioni di basso grado spesso regrediscono grazie alla risposta immunitaria. Se persistono, il trattamento dipende dal tipo di lesione: verruche e condilomi possono essere affrontati con terapie locali, laser, crioterapia o altre procedure. Per alcune lesioni precancerose della cervice si ricorre alla conizzazione, cioè l’asportazione di una piccola porzione del collo dell’utero. La presenza di verruche scomparse non esclude comunque che il virus sia ancora nell’organismo.

L’importanza della prevenzione è stata richiamata anche dalla testimonianza di Laura Marziali, che a 28 anni ha affrontato un tumore della cervice uterina e oggi sostiene informazione e ricerca. La sua esperienza sottolinea come la malattia possa svilupparsi senza segnali evidenti e perché vaccinazione, screening e consulto medico restino fondamentali. Nel testo viene inoltre citata la campagna "Cura il visibile, proteggiti dall’invisibile", promossa da Gillette Venus con Fondazione AIRC, a sostegno della sensibilizzazione e di un progetto di ricerca sui tumori legati all’HPV.