Le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 si stanno svolgendo con un’affluenza iniziale elevata. Alle 10.30, secondo le prime rilevazioni, aveva già votato il 16% degli aventi diritto. La competizione appare serrata e Benjamin Netanyahu è impegnato nella ricerca di ogni consenso, mentre i partiti guidati da cittadini arabi potrebbero conquistare un numero di seggi sufficiente a influenzare la scelta del prossimo primo ministro.
Il possibile ruolo dei partiti arabi
Il leader di Ra’am, Mansour Abbas, ha condannato l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e ha concentrato la propria attività soprattutto su temi locali, come la criminalità. Nel 2021 ha portato per la prima volta un partito arabo all’interno di un governo israeliano, sostenendolo come partner della coalizione. Anche in questa tornata il secondo candidato della sua lista è un esponente ebreo della corrente principale.
Netanyahu e i suoi principali avversari hanno però escluso alleanze con Ra’am e con le altre formazioni guidate da cittadini arabi, anche a costo di prolungare lo stallo politico e di tornare alle urne. Il leader della Lista Comune dei partiti arabi, Yousef Jabareen, ha definito la posta in gioco esistenziale, sottolineando l’importanza della consultazione per una minoranza che rappresenta circa il 20% della popolazione israeliana.
I cittadini palestinesi di Israele, discendenti delle persone rimaste nel Paese dopo la guerra del 1948, hanno la cittadinanza e il diritto di voto. Tuttavia, i legami familiari con Gaza e Cisgiordania alimentano la diffidenza di una parte della popolazione ebraica. Le comunità arabe denunciano discriminazioni e un forte aumento della criminalità, attribuito dagli attivisti alla negligenza della polizia. Le forze dell’ordine sostengono invece che il fenomeno sia legato anche alla scarsa collaborazione dei leader locali.
Criminalità e libertà di espressione
Secondo i dati riportati nell’articolo, il tasso di omicidi tra i cittadini palestinesi è oltre 22 volte superiore a quello registrato tra gli israeliani ebrei, mentre arresti e incriminazioni risultano molto meno frequenti. L’organizzazione The Abraham Initiatives ha registrato 184 omicidi legati alla criminalità nelle comunità arabe dall’inizio dell’anno. A luglio il gruppo aveva riferito che soltanto il 12% dei casi segnalati nella prima metà del 2026 risultava risolto.
Gli attivisti denunciano inoltre restrizioni alla libertà di espressione. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Adalah, la polizia avrebbe disperso proteste contro la guerra, limitato l’esposizione delle bandiere palestinesi e arrestato centinaia di persone per contenuti pubblicati sui social network. Il governo israeliano sostiene invece che le misure siano motivate da ragioni di sicurezza e che le minoranze godano di pari diritti.
La scelta di Abbas di entrare in una coalizione nel 2021 aveva segnato una svolta. Il dentista, oggi 52enne, aveva sostenuto la necessità per i leader arabi di partecipare ai processi decisionali. I suoi critici lo accusano di aver messo in secondo piano il conflitto israelo-palestinese per facilitare possibili intese politiche; Abbas replica che concentrarsi sui problemi quotidiani sia il modo più efficace per rappresentare gli elettori. Quel governo è durato poco più di un anno, fino alle elezioni del 2022, che hanno riportato Netanyahu al potere alla guida di una coalizione nazionalista e religiosa.
La Knesset dispone di 120 seggi e nessun partito appare vicino alla soglia dei 61 necessari per una maggioranza autonoma. La formazione della coalizione sarà quindi decisiva. Anche il principale rivale di Netanyahu, il generale in pensione Gadi Eisenkot, ha escluso un’alleanza con i partiti arabi, così come Yair Lapid, già alla guida del governo del 2021. Un risultato particolarmente favorevole alle liste arabe potrebbe comunque consentire loro di sostenere dall’esterno una coalizione di minoranza oppure rendere necessario un nuovo turno elettorale, lasciando l’esecutivo Netanyahu in carica ad interim.