Autorevole statista o semplicemente buona (se non addirittura discreta) e “prudente amministratrice dell’esistente”?
Il mondo della politica anche fuori dai nostri confini ha già battezzato per la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 2026 come l’anno della “verità”.

Meloni e l’anno della verità: tra stabilità politica e uno “slancio” che non arriva
Oltre all’incalzare delle opposizioni di Centrosinistra (prima sulla Manovra e in questi giorni più recenti sulle posizioni del Governo riguardo le situazioni in Ucraina, Venezuela, ma anche Gaza), nelle ultime ore è stato il Financial Times a focalizzare la sua attenzione sull’Italia e il suo Esecutivo a trazione Centrodestra.
Un’analisi pubblicata dal quotidiano economico-finanziario britannico (di proprietà della holding giapponese Nikkei) e ripresa da vari media, disegna il 2026 per il Governo di Giorgia Meloni un “anno decisivo”, in cui la sfida non è più soltanto tenere insieme una coalizione relativamente stabile, ma dimostrare capacità di visione e azione trasformative per l’Italia.
In particolare, il Financial Times segnala come, nonostante la stabilità politica e una gestione fiscale prudente che ha impressionato i mercati e portato a un miglioramento dei rating sovrani, molte delle sfide strutturali del paese restino irrisolte: bassa produttività, crescita economica stagnante e un disequilibrio tra politiche di rigore e qualità della crescita.
I tre nodi per Governo, imprese e famiglie
Ci sono tre nodi che al di là degli orientamenti politici sembrano mettere d’accordo tutti gli esperti e gli addetti ai lavori.
Riguardano Governo, imprese e famiglie.
Per l’Esecutivo, uno dei punti più evidenti è che, sebbene la stabilità sia un valore politico indiscusso in un Paese che ha conosciuto una media di circa un Governo all’anno dal dopoguerra, essa non è stata accompagnata da riforme strutturali coraggiose che possano imprimere una nuova traiettoria alla crescita italiana.
Ecco perché gli osservatori più critici rilevano che le riforme annunciate o rimaste sulla carta – dal mercato del lavoro all’istruzione, dalla giustizia alla modernizzazione della pubblica amministrazione – non sono state implementate con la rapidità e la portata necessarie per incidere sui livelli di produttività e competitività dell’Italia nel lungo periodo.
Da qui il motivo per cui, riferendosi alla premier, si sente spesso parlare di “leadership cauta”, più attenta alla sopravvivenza politica e al galleggiamento che alla trasformazione profonda della macchina statale e dell’economia.
Uno sguardo alle imprese: proiezioni di crescita insoddisfacenti
Il secondo nodo riguarda le imprese. Pur con un certo credito verso il Governo e con vari attestati di apprezzamento alla presidente del Consiglio e ai suoi Ministri, Confindustria ad esempio è da mesi che chiede un cambio di passo. All’Italia e all’Ue.

E infatti, le proiezioni economiche italiane non migliorano il quadro. Sempre secondo il Financial Times, il Pil italiano è stimato in crescita dello 0,4% nel 2025, con prospettive ben al di sotto dell’1% nei prossimi anni e tra i ritmi più bassi dell’Eurozona.
Questo contesto di scarsa crescita (più volte lamentata con autocritica oggettiva anche da molti esponenti del Centrodestra) incide profondamente sul clima di fiducia delle imprese – soprattutto quelle che, pur là dove possibile, vorrebbero investire, innovare e competere a livello internazionale.
Anche i Giovani di Confindustria in questi mesi hanno evidenziato questo aspetto.
È dunque un terreno difficile per la politica industriale e la produttività, aggravato da costi energetici ancora elevati e da una struttura produttiva caratterizzata da molte piccole e medie imprese con margini di crescita limitati.
La lentezza della crescita tende quindi a compromettere le prospettive di sviluppo competitivo dell’Italia in un momento in cui altre economie europee, pur anch’esse in difficoltà, mostrano segnali più robusti o piani di riforma più incisivi.
Ma in realtà il paragone e il divario si fanno drammatici guardando ai super colossi mondiali come Stati Uniti, Cina e India.
Cittadini e famiglie, il nodo del potere d’acquisto
Il terzo grande fronte critico riguarda il potere d’acquisto delle famiglie italiane.
Anche laddove i dati sul mercato del lavoro mostrano tassi di occupazione in crescita (l’ultimo riguardante la disoccupazione, calo record al 5,7% a novembre, è fresco proprio di poche ore), gran parte dei nuovi impieghi è concentrata in settori a bassa retribuzione e instabili, con poche prospettive di crescita salariale reale.
In un contesto di inflazione contenuta ma di costi della vita ancora alti, un aumento delle retribuzioni reali e del reddito disponibile è lento o insufficiente, incidendo sulla capacità delle famiglie di consumare, risparmiare o investire.
Alcuni osservatori segnalano come la capacità di spesa reale delle famiglie sia ferma o addirittura in calo, con un aumento delle disuguaglianze e una stagnazione dei salari reali.
Il referendum sulla Giustizia: cosa c’è in gioco
Ecco perché di fronte allo scenario tratteggiato dal Financial Times, importanza rilevante nelle dinamiche di politica interna potrebbe averlo il Referendum sulla Giustizia.
Il quotidiano britannico paventa un rischio flop:
“Sempre più italiani si interrogano su ciò che il suo governo abbia effettivamente realizzato al di là della semplice sopravvivenza politica.
Il malcontento latente per un’economia stagnante e per la compressione dei redditi reali potrebbe riflettersi sul referendum sulla riforma della giustizia previsto per marzo. Gli elettori insoddisfatti dell’operato del governo Meloni potrebbero recarsi alle urne per esprimere un voto di protesta”.
Secondo alcuni analisti, una bocciatura del referendum potrebbe essere interpretata come un segnale di profonda frattura tra la leadership di Governo e l’opinione pubblica, alimentando dubbi sulla capacità dell’Esecutivo di interpretare le aspettative dei cittadini e di governare nelle iniziative più controverse.
Al contrario, c’è chi sottolinea che un’esito favorevole al Sì potrebbe non solo consolidare posizioni di leadership interne alla coalizione di Centrodestra, ma anche diventare un trampolino per capire la forza elettorale del progetto politico di Meloni, in vista delle elezioni anticipate o della naturale scadenza del 2027.
Voto anticipato se vince il Sì, le indiscrezioni
E proprio qui stando a clamorose indiscrezioni riportate nei giorni scorsi da La Stampa si delineerebbero clamorosi sviluppi.
In caso di vittoria al referendum, il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Giovambattista Fazzolari pare stia disegnando una trama clamorosa: anticipare il ritorno al voto di praticamente un anno e mezzo.

L’obiettivo sarebbe sfruttare l’onda lunga del successo nelle urne e spiazzare il Centrosinistra di fatto ancora alla ricerca di un candidato premier, mentre il Centrodestra vedrebbe praticamente immutati i suoi rapporti di forza se non con una “competizione interna” tra Lega e Forza Italia.

Si tratta di una voce che era già circolata dopo le Europee del giugno 2024 (ma evidentemente non se ne fece nulla) e che ora torna (quasi) insistente, anche se in molti fanno notare che tagliando il traguardo di settembre 2026 (a un anno dalla scadenza naturale) il Governo Meloni diventerebbe il più longevo della storia del dopoguerra.
Il commento della premier
Anche se quasi a stretto giro di posta, oggi, venerdì 9 gennaio, nella tradizionale conferenza stampa di inizio anno con i giornalisti proprio la premier ha commentato i gossip riguardo questi scenari:
“Anche io ho letto ricostruzioni su intendimenti e strategie tremende del tremendo Fazzolari, ma non è proprio nei miei radar andare al voto anticipato. Credo che la stabilità di questo Governo e dell’Italia sia precondizione per fare molte altre cose e farà del mio meglio per garantirla e arrivare alla fine della legislatura finché avrò una maggioranza solida che mi sostiene ovviamente. Ma il mio grande obiettivo è chiudere questa legislatura come l’ho iniziata”.
E ancora:
“Anche in caso di bocciatura del referendum sulla riforma della giustizia non intendo dimettermi: abbiamo fatto quello che avevamo scritto nel programma, stiamo mantenendo gli impegni ma in ogni caso il mio obiettivo è che questo governo arrivi alla fine della legislatura, una cosa mai stata possibile per i nostri predecessori e presentarsi al cospetto dei cittadini per essere giudicato per il complessivo del lavoro”.