Le Nazioni Unite si avvicinano a una delle crisi finanziarie più gravi della loro storia. A lanciare l’allarme è stato direttamente il segretario generale António Guterres, che nei giorni scorsi ha scritto agli Stati membri avvertendo che, senza il pagamento dei contributi arretrati, l’Onu rischia di restare senza liquidità già entro luglio.

Il dato centrale è netto: alla fine del 2025 i contributi non versati hanno raggiunto quota 1,568 miliardi di dollari, oltre il doppio rispetto all’anno precedente. Una crescita che, secondo Guterres, mette in pericolo la tenuta stessa del bilancio ordinario dell’Organizzazione. Se i flussi di entrata non cambieranno rapidamente, nei prossimi mesi l’Onu potrebbe non essere più in grado di sostenere le proprie attività essenziali.
I contributi non pagati e il peso degli Stati Uniti
Gran parte della crisi è legata ai mancati versamenti di alcuni grandi Paesi, in particolare degli Stati Uniti, che da soli coprono il 22% del budget complessivo dell’Onu e restano il principale finanziatore dell’Organizzazione. Guterres, nella sua lettera, ha ricordato un punto fondamentale: il pagamento dei contributi non è una scelta politica, ma un obbligo legale sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, che vincola tutti gli Stati membri.
Il messaggio, inviato agli ambasciatori il 28 gennaio, descrive una situazione che il segretario generale definisce strutturale e destinata a peggiorare.
“Le difficoltà finanziarie si stanno aggravando”, scrive Guterres, sottolineando che l’attuale spirale di debiti compromette la pianificazione e l’attuazione dei programmi approvati dagli stessi Stati membri.
Il rischio di tagli e il paradosso dei rimborsi
Tra gli effetti immediati della crisi, Guterres indica la riduzione delle spese per le operazioni di pace. Una scelta che avrebbe conseguenze paradossali: l’Onu sarebbe costretta a restituire circa 900 milioni di dollari nel luglio 2027, seguiti da altri 1,3 miliardi di fondi non spesi da rimborsare l’anno successivo.
Il nodo sta in una regola che il segretario generale definisce obsoleta, secondo cui l’Organizzazione deve restituire i contributi non utilizzati anche quando quei fondi non sono mai stati effettivamente incassati. Guterres sintetizza il meccanismo con una formula efficace:
“In altre parole, ci siamo ritrovati intrappolati in un ciclo kafkiano: ci si aspetta che restituiamo soldi che non esistono”.
Il risultato è un doppio vincolo che blocca l’azione dell’Onu: da un lato entrate insufficienti, dall’altro obblighi di rimborso. Le conseguenze sono già visibili: assunzioni congelate, programmi rinviati, mandati ridotti o applicati solo in parte.
Una crisi che va oltre i conti
Per Guterres, però, il problema non è solo finanziario. La crisi dell’Onu si inserisce in un contesto globale più ampio di indebolimento del multilateralismo. In un’intervista rilasciata a la Repubblica durante una visita in Italia, il segretario generale ha tracciato un quadro duro della situazione internazionale:
“Quando la legge del potere sostituisce il potere della legge, le conseguenze sono profondamente destabilizzanti”.
Secondo Guterres, il mondo attraversa una fase segnata da conflitti diffusi, impunità, disuguaglianze e imprevedibilità, con divisioni geopolitiche autodistruttive e violazioni sempre più evidenti del diritto internazionale. Ed è proprio qui che nasce il paradosso:
“In un momento in cui abbiamo più bisogno di cooperazione internazionale, sembriamo essere i meno inclini a usarla e a investirci”.
La posizione ambigua di Trump
Nel fine settimana la situazione si è complicata anche sul piano politico. In un’intervista a Politico, Donald Trump ha dichiarato che il problema dei pagamenti potrebbe essere risolto “molto facilmente”, sostenendo che basterebbe “chiamarlo” per convincere tutti a saldare i conti, “come con la NATO”. Allo stesso tempo, però, ha evitato qualsiasi impegno chiaro sul pagamento degli arretrati statunitensi.

Una posizione contraddittoria: da un lato la critica al multilateralismo, dall’altro il riconoscimento che l’Onu ha “un potenziale enorme” e non può permettersi di chiudere.
La replica delle Nazioni Unite non si è fatta attendere. Alla domanda sul perché Guterres non “chiami Trump”, il portavoce Stéphane Dujarric è stato netto: non si tratta di telefonate, ma di obblighi previsti dai trattati.
“Chi deve dei soldi, deve pagarli. Punto”. Non è, ha aggiunto, “un problema di calcolo avanzato”, ma di semplice contabilità.
Le conseguenze concrete sul campo
Dietro le schermaglie politiche, il rischio è tutt’altro che astratto. Se i fondi dovessero davvero esaurirsi, le conseguenze andrebbero ben oltre le luci spente al Palazzo di Vetro. Sarebbero colpite le mediazioni diplomatiche, il supporto alle missioni sul terreno, il coordinamento degli aiuti umanitari in crisi come Sudan, Gaza, Ucraina, Somalia.

È vero che agenzie come UNICEF, UNHCR o il Programma Alimentare Mondiale hanno bilanci separati. Ma senza il collante politico, amministrativo e logistico garantito dall’Onu, l’intero sistema rischierebbe di perdere efficacia. E, come avverte Guterres, a vacillare non sarebbe solo un’organizzazione, ma uno dei pilastri su cui si regge l’ordine multilaterale globale.