Pavia (PV)

Il DNA della Sindone racconta secoli di storia: lo studio di Pavia e Padova analizza le tracce biologiche del telo

La ricerca pubblicata su “Scientific Reports” ricostruisce contaminazioni, interazioni umane e ambientali attraverso i frammenti prelevati nel 1978

Il DNA della Sindone racconta secoli di storia: lo studio di Pavia e Padova analizza le tracce biologiche del telo

Uno studio congiunto delle Università di Pavia e Padova ha analizzato il DNA presente nei frammenti della Sindone prelevati nel 1978, ricostruendo secoli di contaminazioni biologiche e interazioni umane e ambientali. La ricerca, pubblicata su Scientific Reports, offre nuove informazioni sulle tracce genetiche conservate nel telo, integrando senza sostituirle le precedenti indagini storiche e scientifiche.

Il DNA della Sindone racconta secoli di storia

Un viaggio nella storia della Sindone attraverso le tracce invisibili lasciate nei secoli. È questo il risultato del nuovo studio condotto dall’Università di Pavia e dall’Università di Padova, che ha analizzato il DNA recuperato dai frammenti del celebre telo conservati dopo il prelievo ufficiale effettuato nel 1978. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Scientific Reports del gruppo editoriale Nature, offre una nuova mappa delle impronte biologiche accumulate sulla Sindone nel corso del tempo.

L’indagine, sviluppata tra settembre 2022 e dicembre 2025, ha coinvolto ricercatori italiani e internazionali e ha avuto come riferimento scientifico per l’Università di Pavia il professor Alessandro Achilli e per l’Università di Padova il professor Gianni Barcaccia. Al centro dello studio ci sono i campioni raccolti nella notte tra l’8 e il 9 ottobre 1978 dal professor Pierluigi Baima Bollone.

Da sinistra Alessandro Achilli – Pieluigi Baima Bollone – Gianni Barcaccia – Antonio Torroni

Un reperto studiato da secoli tra fede, storia e scienza

La Sindone di Torino, il lenzuolo funerario in lino sul quale è impressa l’immagine frontale e dorsale di un uomo con segni compatibili con gravi traumi, continua da decenni a essere oggetto di analisi scientifiche, storiche e religiose.

Tra gli studi più discussi vi è quello della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, che aveva collocato il tessuto in un intervallo compreso tra il 1260 e il 1390 dopo Cristo. Un periodo compatibile con la prima raffigurazione conosciuta della Sindone, il medaglione votivo di Lirey, oggi conservato al Museo Nazionale del Medioevo di Parigi e databile tra il 1350 e il 1418.

La nuova ricerca non si concentra però sull’origine del telo, ma sulle tracce biologiche presenti nei campioni, ricostruendo la complessa storia delle contaminazioni e delle interazioni avvenute nel corso dei secoli.

una lunga storia di contaminazioni

Gli studiosi hanno effettuato analisi metagenomiche sui residui organici presenti nei campioni ufficiali del 1978. I risultati hanno evidenziato una situazione complessa: il materiale genetico recuperato è il risultato della sovrapposizione di molteplici contributi biologici accumulati nel tempo.

Le analisi hanno permesso di identificare tracce genetiche umane riconducibili soprattutto a popolazioni dell’Eurasia occidentale e dell’area mediterranea, insieme a numerosi segnali derivanti dall’ambiente circostante e dai contatti umani avuti dal tessuto nel corso della sua storia.

Secondo i ricercatori, il DNA della Sindone rappresenta quindi una sorta di “archivio biologico” delle persone, degli ambienti e degli organismi entrati in contatto con il telo.

Le tracce genetiche umane

Nel laboratorio per il DNA antico dell’Università di Pavia, il gruppo di ricerca ha dovuto affrontare difficoltà legate alla quantità e alla qualità del materiale disponibile.

Il dottor Nicola Rambaldi Migliore ha spiegato che, nonostante le condizioni critiche dei campioni, è stato possibile estrarre DNA e ottenere sequenze genomiche da sette frammenti analizzati.

Il professor Alessandro Achilli ha evidenziato l’identificazione di una linea genetica mitocondriale predominante, caratteristica degli ebrei ashkenaziti, ma coincidente anche con quella del professor Baima Bollone, il quale aveva effettuato il prelievo nel 1978. Secondo gli studiosi, la presenza di cheratine e proteine della pelle rilevate attraverso analisi proteomiche suggerirebbe che il campionamento non sia avvenuto in condizioni completamente sterili.

Il professor Antonio Torroni ha sottolineato come la contaminazione avvenuta durante il prelievo abbia probabilmente coperto parte delle tracce genetiche più antiche, anche se sono stati individuati altri lignaggi umani, tra cui uno diffuso nell’Eurasia occidentale e un altro meno comune ma presente soprattutto in Medio Oriente, in particolare tra le popolazioni druse.

Le analisi sui fili e le possibili tracce della riparazione dopo l’incendio di Chambéry

Lo studio ha preso in considerazione anche precedenti analisi radiocarboniche effettuate su due fili provenienti dal reliquiario della Sindone, che avrebbero restituito una datazione compresa tra il 1451 e il 1799.

Secondo il professor Achilli, questo risultato sarebbe compatibile con gli interventi di riparazione effettuati dopo l’incendio della cattedrale di Chambéry del 1532. A sostegno di questa ipotesi vi sarebbe anche la presenza nei fili analizzati di proteine tipiche delle fibre di seta, materiale che potrebbe essere stato utilizzato durante le operazioni di restauro.

Un microbioma ricco e variegato

Il gruppo dell’Università di Padova ha invece concentrato l’attenzione sull’analisi metagenomica, studiando il complesso insieme di microrganismi e tracce biologiche presenti nei campioni.

Il professor Andrea Squartini ha spiegato di aver individuato un microbioma molto ricco, comprendente microrganismi associati alla pelle umana e comunità di archei, batteri e funghi compatibili con ambienti salini.

Il dottor Giovanni Gabelli ha inoltre evidenziato la presenza di DNA riconducibile a corallo rosso del Mediterraneo, oltre a tracce genetiche di piante coltivate come carota, grano, mais, banana e arachide, e di animali domestici quali bovini, suini, polli, cani e gatti.

Secondo i ricercatori, queste evidenze indicano molteplici fonti di contaminazione ambientale e testimoniano i diversi contesti geografici e culturali attraversati dal reperto.

Un nuovo tassello nello studio della Sindone

Il professor Gianni Barcaccia ha spiegato che la composizione genetica osservata è compatibile con contaminazioni avvenute in epoca relativamente recente, non prima del Basso Medioevo, e con scambi biologici successivi ai grandi viaggi di Marco Polo e Cristoforo Colombo.

La ricerca, sottolineano gli autori, non sostituisce le precedenti indagini storiche, forensi e radiometriche, ma le integra con nuove informazioni molecolari sulla conservazione del telo e sulle interazioni avvenute nel tempo.

Gli studiosi invitano comunque alla prudenza nell’interpretazione dei dati: il DNA analizzato non rappresenta infatti la traccia di un singolo evento storico, ma una complessa sovrapposizione di segnali biologici accumulati durante secoli di contatti umani e ambientali. Un ulteriore elemento che contribuisce a rendere la Sindone uno dei reperti più studiati e discussi della storia.

Link alla ricerca: https://doi.org/10.1038/s41598-026-60684-7