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Verde urbano, dopo il Pnrr servono risorse per la cura

L’intervista a Sandro Scollato: manutenzione quinquennale, legge 10 e piano nazionale ancora senza coperture stabili.

Il verde urbano non è più un elemento ornamentale, ma una infrastruttura essenziale per rendere vivibili città segnate da asfalto, traffico, inquinamento e ondate di calore. Gli alberi contribuiscono a regolare le temperature, migliorare la qualità dell’aria e difendere il suolo. Perché producano questi effetti, però, servono pianificazione, manutenzione e finanziamenti continuativi. A sottolinearlo è Sandro Scollato, amministratore delegato di AzzeroCO2.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha concentrato in pochi anni risorse e capacità progettuali sulla forestazione urbana e periurbana delle 14 Città metropolitane. Le giovani piante, tuttavia, richiedono cure soprattutto nella fase iniziale, resa più difficile dall’aumento delle temperature e dalla siccità. Irrigazione, controlli, trattamenti e sostituzione degli alberi non attecchiti sono indispensabili per garantirne la sopravvivenza.

La fase decisiva dopo il Pnrr

Tra i requisiti della misura era previsto un piano di coltivazione di cinque anni, con interventi di irrigazione, sostituzione delle piante, contenimento della flora spontanea e trattamenti per favorire attecchimento e sviluppo. La sfida del periodo successivo al Pnrr consiste ora nel rispettare questi obblighi fino alla scadenza, evitando che ritardi, difficoltà nella gestione dei contratti o controlli insufficienti compromettano i risultati degli interventi.

Secondo Scollato, la spinta del Pnrr deve essere trasferita nella programmazione ordinaria delle amministrazioni. Il rischio è un effetto «scalino»: a una rapida crescita delle piantumazioni potrebbe seguire una riduzione delle risorse proprio quando aumenta il bisogno di manutenzione. Il verde pubblico dovrebbe quindi essere gestito come le altre infrastrutture, con risorse pluriennali, competenze tecniche dedicate, norme di tutela e integrazione nella pianificazione urbanistica.

Legge sul verde e adattamento climatico

La legge n. 10 del 2013 ha migliorato soprattutto la rilevazione. Nel 2023 l’89% dei Comuni capoluogo censiva i propri alberi, contro meno della metà di dieci anni prima, mentre l’obbligo di piantare un albero per ogni nuovo nato risultava rispettato dal 54% dei capoluoghi, rispetto al 28% del 2014. La dotazione media, però, è cresciuta poco: da 31,3 a 32,5 metri quadrati per abitante tra il 2014 e il 2021.

La normativa non stabilisce obiettivi quantitativi generali e, salvo il caso degli alberi monumentali, non prevede un sistema complessivo di sanzioni né risorse specifiche per l’attuazione. Il monitoraggio misura così soprattutto il rispetto delle procedure, senza verificare se gli interventi riescano effettivamente ad abbassare le temperature.

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato nel dicembre 2023, prevede 361 azioni per i sistemi naturali, sociali ed economici. A febbraio 2026 si è insediato il Comitato dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento, incaricato anche di individuare le fonti di finanziamento. Resta però l’assenza di un quadro stabile di risorse dedicate, mentre aumentano i costi umani ed economici degli eventi estremi. Rinviare gli interventi, conclude Scollato, significa spostare la spesa dalla prevenzione alla gestione dell’emergenza.