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L’importanza della relazione del revisore: qualità dell’informazione ed analisi dinamica

Il commento del dr. Silviano Di Pinto - Esperto in “Analisi di Bilancio, Pianificazione Finanziaria e strumenti di garanzia per le imprese”

L’importanza della relazione del revisore: qualità dell’informazione ed analisi dinamica

La relazione del revisore non è un allegato secondario del bilancio, né un documento meramente ripetitivo dei dati contabili. Essa costituisce, invece, una componente essenziale del sistema informativo societario, perché concorre a rendere comprensibile, affidabile e valutabile la reale situazione dell’impresa.

L’importanza della relazione del revisore

L’art. 2429 c.c. la colloca infatti tra i documenti che devono accompagnare il bilancio e restare a disposizione dei soci prima dell’assemblea, proprio perché la decisione assembleare deve fondarsi su un’informazione effettiva e consapevole.  Per questa ragione, la relazione del revisore non può ridursi a una mera esposizione di importi nominali. Una sequenza di dati assoluti — fatturato, utile, debiti, patrimonio, liquidità, rimanenze — se non viene spiegata, confrontata e interpretata, non produce vera informazione. Produce soltanto una rappresentazione apparente.

Per questa ragione, la relazione del revisore non può ridursi a un elenco di numeri, a una sequenza di formule standard o a un riepilogo di verifiche svolte. Un documento che si limiti a riprodurre valori assoluti — fatturato, utile, debiti, liquidità, rimanenze — senza inserirli in un quadro interpretativo, storico e prospettico, finisce per tradire la propria funzione. I numeri, da soli, non parlano. Un utile non dice nulla se non viene letto nella sua composizione; un incremento dei ricavi non significa automaticamente miglioramento gestionale; un aumento dei volumi può essere sintomo di crescita sana oppure di espansione disordinata e finanziariamente fragile. La vera utilità della relazione consiste allora nel trasformare il dato contabile in informazione economicamente intelligibile. Il numero, preso isolatamente, non ha quasi mai significato autonomo: acquista senso solo se viene collocato in una dinamica aziendale, in un confronto storico, in una relazione tra margini, flussi, struttura finanziaria e prospettive di gestione.

Questo è coerente con il principio generale espresso dall’art. 2428 c.c., che richiede un’analisi fedele, equilibrata ed esauriente della situazione della società e dell’andamento della gestione, con particolare riguardo a costi, ricavi e investimenti. Anche se formalmente la norma si riferisce alla relazione sulla gestione, il criterio che essa esprime vale come parametro generale di qualità dell’informazione societaria: l’analisi deve essere sostanziale, ragionata e contestualizzata, non meramente descrittiva.  A sua volta, l’art. 2381 c.c. impone che l’informazione societaria tenga conto anche del generale andamento della gestione e della sua prevedibile evoluzione. Ne deriva che anche la relazione del revisore, quando informa l’assemblea, non dovrebbe limitarsi al dato statico di chiusura, ma dovrebbe leggere il bilancio come espressione di un processo aziendale in movimento, chiarendo se i risultati rilevati siano fisiologici, migliorativi, critici o potenzialmente deteriori. Da qui discende un principio fondamentale: la buona relazione del revisore deve essere dinamica, relativa e compiuta. Deve essere dinamica, perché deve spiegare l’evoluzione dell’impresa nel tempo.

Non basta dire che i ricavi sono aumentati; occorre chiarire se la marginalità sia cresciuta in misura coerente, se il capitale circolante abbia assorbito liquidità, se l’espansione del business abbia imposto un rafforzamento organizzativo, se la crescita sia stata sostenuta da mezzi propri o da debito a breve. Deve essere relativa, perché i valori assoluti non spiegano da soli né il rischio né la sostenibilità. Un indebitamento elevato può essere gestibile o pericoloso a seconda del rapporto con patrimonio netto, flussi operativi, scadenze, tempi di incasso, rotazione del magazzino. Un utile può apparire positivo, ma risultare poco significativo se dipende in misura rilevante da componenti straordinarie o non ricorrenti. Deve essere compiuta, perché non basta evocare criticità in modo generico. Quando il revisore rileva aumento dell’indebitamento, tensione finanziaria, necessità di rafforzamento patrimoniale o squilibri nel circolante, deve anche spiegare la portata di tali fenomeni, la loro evoluzione, le ragioni sottostanti e il loro impatto prospettico. Solo così l’assemblea riceve un’informazione realmente utile.

Ma vi è un ulteriore profilo, spesso sottovalutato, che rende la relazione del revisore ancora più importante: essa incide indirettamente anche sul rating aziendale e sul merito creditizio dell’impresa. Le banche e gli intermediari non valutano più il prenditore esclusivamente sulla base di pochi indici numerici o del solo dato patrimoniale finale. La valutazione del merito creditizio richiede oggi un insieme di informazioni quantitative e qualitative, tra loro coerenti, attendibili e leggibili; gli orientamenti EBA sulla concessione e sul monitoraggio del credito insistono infatti su processi di valutazione fondati su governance, flussi informativi, sostenibilità prospettica e monitoraggio continuo del rischio.  In questo quadro, il bilancio, la relazione sulla gestione e la relazione del revisore formano un blocco informativo unitario. Se tale blocco è chiaro, coerente, analitico e trasparente, migliora la leggibilità dell’impresa verso il sistema bancario. Se invece è generico, statico o puramente descrittivo, aumenta l’opacità informativa e rende più difficile per il finanziatore valutare correttamente la reale sostenibilità della gestione.

Il CNDCEC ha espressamente evidenziato che integrare il bilancio con un set informativo idoneo alle esigenze dei finanziatori e gestire in modo proattivo le informazioni, anche in raccordo con la Centrale dei Rischi, può incidere positivamente sul merito di credito e sullo score andamentale.  Perciò la relazione del revisore non ha rilievo soltanto endosocietario. Essa ha anche una funzione esterna e reputazionale. Pur non essendo, da sola, il rating aziendale, contribuisce alla qualità dell’ecosistema informativo su cui il rating viene costruito. Una relazione ben fatta: rafforza la credibilità del bilancio; migliora la percezione della qualità della governance; rende leggibili i rischi e le contromisure; offre una chiave di interpretazione dei risultati;  consente di distinguere tra crescita sana e crescita squilibrata.  Viceversa, una relazione povera, stereotipata o limitata a dati assoluti finisce per impoverire il patrimonio informativo dell’impresa. E questo ha conseguenze concrete: un’impresa che non sa rappresentarsi bene, anche quando i numeri non sono negativi, può risultare meno comprensibile e quindi meno finanziabile.

In tema di credito, infatti, l’opacità non è neutra; spesso viene trattata come fattore di rischio. È allora evidente che la relazione del revisore deve superare la logica della mera elencazione contabile. Dire che l’attivo è pari a una certa cifra, che i debiti ammontano a un certo importo o che l’utile è positivo, senza chiarire incidenze, rapporti, trend e sostenibilità, significa offrire un’informazione di scarso valore. Sono dati che, isolati, non hanno senso economico pieno. Il loro vero contenuto emerge solo quando vengono collegati: all’andamento degli esercizi precedenti; alla composizione del risultato; alla qualità del capitale circolante; alla struttura delle fonti; al piano industriale o, almeno, alla ragionevole evoluzione della gestione.  Una relazione seria dovrebbe quindi spiegare non solo quanto valgono le grandezze di bilancio, ma che cosa rivelano sulla società. Dovrebbe chiarire se l’utile sia solido o fragile, se la crescita del fatturato sia accompagnata da marginalità e cassa, se il debito sia sostenibile, se il patrimonio sia adeguato, se l’assetto organizzativo sia coerente con l’espansione del business, se le criticità siano presidiate. Questo è il livello di analisi che rende il documento davvero professionale. In conclusione, la relazione del revisore è tanto più utile quanto più riesce a trasformare il bilancio da raccolta di numeri a informazione intelligente. La sua funzione non è ripetere i dati, ma interpretarli. Non è elencare importi, ma attribuire loro significato. Non è limitarsi al consuntivo, ma collegarlo alla storia e alla prospettiva dell’impresa. E proprio per questo essa incide, insieme agli altri documenti di bilancio, non solo sulla qualità dell’informazione resa ai soci, ma anche sulla qualità percepita dell’impresa da parte del mercato, delle banche e dei soggetti che ne valutano affidabilità, governance e merito creditizio.

Perciò, deve affermarsi con chiarezza un principio: la relazione del revisore è tanto più corretta e utile quanto più riesce a trasformare i dati contabili da meri valori assoluti in indicatori di senso, collegati alla storia dell’impresa, ai suoi equilibri attuali e alla sua evoluzione prospettica. Solo così essa adempie davvero alla propria funzione legale e professionale. Solo così i soci possono comprendere non soltanto “quanto” vale un numero, ma “che cosa” quel numero rivela sulla condizione reale della società.