Una grotta affacciata sulle pianure dell’attuale area di Casablanca, nel nord-ovest del Marocco, sta riscrivendo una delle pagine più complesse e affascinanti della storia umana. Qui, nella cosiddetta Grotte à Hominidés del sito di Thomas Quarry I, sono stati rinvenuti resti fossili risalenti a circa 773 mila anni fa che potrebbero appartenere a uno dei più vicini antenati comuni finora noti di Homo sapiens, Homo neanderthalensis e Homo di Denisova.
🇲🇦⛏️ Archéologie : des fossiles de type Homo erectus, vieux de 773.000 ans, découverts à Casablanca pic.twitter.com/mojLa6uYem
— Le360 (@Le360fr) January 7, 2026
Rinvenuti fossili di due adulti e un bambino
I reperti comprendono mandibole parziali, numerosi denti e alcune vertebre, attribuibili ad almeno tre individui, due adulti e un bambino. Secondo i ricercatori, questi ominini vissero in un periodo cruciale dell’evoluzione umana, quando la linea che avrebbe portato all’uomo moderno non si era ancora separata definitivamente da quelle dei Neanderthal e dei Denisoviani. È una fase compresa tra un milione e 600 mila anni fa, spesso definita dagli studiosi come uno dei momenti più oscuri e meno documentati della paleoantropologia a causa della scarsità di fossili.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, è stato coordinato da Jean-Jacques Hublin, del Collège de France e del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, insieme ad Abderrahim Mohib dell’Istituto nazionale marocchino di scienze archeologiche e del patrimonio. Alla ricerca hanno contribuito in modo significativo anche studiosi italiani dell’Università di Milano e dell’Università di Bologna.
Gli aspetti più rilevanti della scoperta
Uno degli aspetti più rilevanti della scoperta riguarda la datazione estremamente precisa dei fossili. L’analisi magnetostratigrafica, condotta da Serena Perini dell’Università di Milano, ha sfruttato le tracce lasciate nei sedimenti da una delle più importanti inversioni del campo magnetico terrestre, la transizione Matuyama-Brunhes. Questo evento, avvenuto circa 773 mila anni fa, è registrato in modo chiaro nelle rocce che circondavano i resti, consentendo di collocarli con grande affidabilità nel tempo. Si tratta di una coincidenza eccezionale, perché permette di ancorare i fossili a un momento ben definito della storia geologica del pianeta.
Dal punto di vista anatomico, i resti mostrano una combinazione di tratti arcaici e più evoluti. Le dimensioni dei molari richiamano quelle dei primi Homo sapiens e dei Neanderthal, mentre la forma della mandibola è più vicina a quella di Homo erectus e di altri esseri umani arcaici. Questa miscela di caratteristiche suggerisce una posizione intermedia nell’albero evolutivo umano. Gli studiosi ritengono che i fossili marocchini possano appartenere a una forma evoluta di Homo erectus in senso lato, molto vicina alla popolazione da cui in seguito sarebbe emerso Homo sapiens.
L’età dei reperti è simile a quella di Homo antecessor, una specie scoperta in Spagna nel sito di Atapuerca e datata tra circa 800 e 770 mila anni fa. Tuttavia, le differenze morfologiche tra i fossili europei e quelli nordafricani indicano che una differenziazione tra le popolazioni dell’Europa e del Nord Africa era probabilmente già in atto. Questo rafforza l’idea che l’evoluzione umana non sia stata un processo lineare, ma un insieme complesso di ramificazioni e migrazioni.
Le ipotesi degli studiosi sulle nostre origini
Secondo Jean-Jacques Hublin, i resti di Casablanca rappresentano un “plausibile precursore di Homo sapiens”. È improbabile che si tratti dell’ultimissimo antenato diretto dell’uomo moderno, ma la loro collocazione temporale e geografica li rende estremamente vicini a quel nodo evolutivo da cui si sono separate le principali linee umane. Le analisi suggeriscono che mentre da popolazioni affini, migrate verso l’Eurasia, si sarebbero sviluppati Neanderthal e Denisoviani, il ramo rimasto in Africa avrebbe dato origine, centinaia di migliaia di anni dopo, a Homo sapiens.

Per Stefano Benazzi dell’Università di Bologna, questi risultati identificano una popolazione africana alla base del percorso evolutivo che ha portato alla nostra specie, offrendo nuove informazioni sull’ascendenza condivisa di Sapiens, Neanderthal e Denisoviani. Anche Rita Sorrentino, sempre dell’ateneo bolognese, sottolinea l’importanza del contesto geologico e ambientale della scoperta, evidenziando come l’Africa nord-occidentale abbia avuto un ruolo fondamentale nelle prime fasi della storia del genere Homo.
La scoperta di Thomas Quarry I rafforza dunque l’ipotesi di un’origine africana della nostra specie, spostando l’attenzione verso il Nord Africa come area chiave della diversificazione umana. Allo stesso tempo, mette in luce quanto resti ancora da comprendere di quel lungo periodo compreso tra 800 mila e 300 mila anni fa, di cui possediamo pochissime testimonianze fossili. Una cosa, però, appare sempre più chiara: la nascita di Homo sapiens è il risultato di una storia complessa, fatta di incroci, separazioni e percorsi evolutivi paralleli, e non di un’unica linea retta che conduce direttamente all’uomo moderno.