Roberto Manuzzi, docente del Conservatorio di Ferrara, direttore di banda, musicista e compositore, interviene nel confronto sul futuro del Ferrara Buskers Festival con una proposta articolata: restituire gratuitamente le strade del centro storico agli artisti e concentrare nei teatri gli spettacoli a pagamento dei performer più affermati.
Secondo Manuzzi, la discussione sulla manifestazione è spesso ridotta allo scontro tra due posizioni opposte: chi la considera un appuntamento legato al consumo e all’intrattenimento e chi, al contrario, sostiene che senza il festival a Ferrara non accadrebbe nulla. Si tratta, a suo giudizio, di letture parziali, incapaci di rappresentare la complessità di quarant’anni di eventi che hanno contribuito a costruire l’immagine culturale e turistica della città.
Un festival cambiato insieme alla strada
Manuzzi affronta il tema anche sulla base della propria esperienza nel settore: è stato tra i fondatori di Ferrara Sotto le Stelle e ideatore di Estate a Ferrara. La sua analisi parte dalla trasformazione del contesto nel quale nacque il festival. Negli anni Ottanta, osserva, l’arte di strada aveva un’identità diversa da quella che oggi si incontra nelle città europee e statunitensi.
Tra i primi protagonisti della rassegna cita Otto e Barnelli, musicisti che vivevano realmente delle offerte raccolte esibendosi nelle piazze e che arrivarono anche in televisione grazie a Renzo Arbore. Inizialmente guardati con diffidenza da una parte della comunità, musicisti, giocolieri e cartomanti furono poi considerati una risorsa anche dai commercianti, quando diventò evidente la capacità dell’evento di attirare famiglie e turisti, oltre ai giovani viaggiatori.
Oggi, sostiene Manuzzi, quella figura romantica dell’artista capace di mantenersi soltanto suonando per strada è diventata difficilmente sostenibile. Il busker contemporaneo utilizza infatti lo spazio pubblico anche come vetrina: si esibisce davanti agli smartphone, alimenta dirette sui social e cerca visibilità per costruire un percorso alternativo rispetto ai tradizionali circuiti di promozione musicale.
La formula a doppio binario
Il musicista ferrarese indica alcuni esempi di performer e gruppi partiti dalla strada e arrivati a esibirsi in grandi sale e davanti a platee internazionali. Tra questi cita il sassofonista Leo P., le Salut Salon, gli Mnozil Brass, i MozArt Group e la Microband di Leo Domenicali e Danilo Maggio. Sono artisti, sottolinea, nei quali il virtuosismo si combina con teatro, comicità e intrattenimento.
Da questa evoluzione nasce l’idea per il futuro del festival. Manuzzi propone di eliminare le barriere fisiche e rendere nuovamente accessibile il centro cittadino, lasciando spazio agli artisti di strada e alle offerte libere del pubblico. Il biglietto non verrebbe abolito, ma destinato a un’altra parte della manifestazione.
Nei principali luoghi cittadini, tra cui il Teatro Nuovo, il Comunale, l’ex Verdi e la Sala Estense, potrebbe essere organizzata una rassegna a pagamento dedicata ai cosiddetti buskers 2.0: artisti cresciuti nelle piazze, passati attraverso YouTube e i social e approdati ai palcoscenici internazionali. La formula sarebbe quindi divisa tra esibizioni gratuite e spontanee all’aperto e spettacoli strutturati nelle sale.
Per Manuzzi, questa trasformazione consentirebbe alla manifestazione di distinguersi dalle numerose rassegne dedicate agli artisti di strada nate in Italia dopo l’esperienza ferrarese. L’obiettivo non sarebbe cancellare la storia del festival, ma evitare che venga riproposta come una formula immutabile. Senza un ripensamento legato ai cambiamenti nei consumi musicali e nelle abitudini del pubblico, conclude, il rischio sarebbe una lenta perdita di significato e la trasformazione dell’evento in un fenomeno commerciale privo della sua identità originaria.