Piacenza (PC)

Il ronzino confiscato a Piacenza fu risarcito con tre lire

Una pergamena del 1219 chiuse la controversia sul cavallo sottratto al dipendente dell’ospedale dei Giovanniti.

Nel Medioevo piacentino anche la sottrazione di un cavallo di modesto valore poteva diventare una questione da sottoporre all’autorità comunale. È quanto emerge da un atto notarile conservato nel Registrum Magnum del Comune di Piacenza, relativo alla confisca di un ronzino appartenuto a Vito, un servitore dell’ospedale dei Giovanniti.

La vicenda si svolse nel territorio sottoposto alla diocesi piacentina, dove un gabelliere avrebbe sequestrato il cavallo ritenuto di poco pregio. Il documento non chiarisce le circostanze precise dell’errore, ma certifica che l’animale era stato sottratto ingiustamente al suo possessore. Per un servitore, tuttavia, quel mezzo rappresentava una risorsa concreta: anche un cavallo vecchio, piccolo e magro consentiva di spostarsi più rapidamente e con maggiore affidabilità rispetto a un lungo percorso a piedi.

La controversia davanti al Comune

L’accordo venne formalizzato il 17 settembre 1219 nella sala superiore del palazzo comunale. A redigere l’atto fu un notaio, alla presenza di testimoni e di Alberto Senno, camerario del Comune di Piacenza. Il camerario era il funzionario incaricato della custodia e dell’amministrazione delle finanze e dei beni comunali, una figura quindi direttamente coinvolta nella gestione della controversia.

Davanti all’autorità si presentò presbiter Bono de Potencia, cioè il prete Bono da Potenza, frate della casa ospedaliera di San Giovanni d’Oltremare. L’istituzione apparteneva all’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme e offriva accoglienza ai viandanti. Bono rappresentava gli interessi del servitore Vito e intervenne per ottenere la restituzione del valore del bene sequestrato.

Il documento è definito Cartula manifestationis, finis et refutationis, una scrittura con valore giuridico destinata a chiudere formalmente la vertenza. Le parti stabilirono che il risarcimento per il ronzino ammontasse a tre lire piacentine. La somma corrispondeva a 720 denari e, secondo la ricostruzione riportata nel documento, poteva equivalere a poco più di due etti di argento fino sulla base della monetazione allora in circolazione.

La rinuncia a ulteriori pretese

La parte conclusiva dell’atto aveva lo scopo di impedire nuove contestazioni. Il prete Bono, in rappresentanza del servitore, rinunciò a ogni ulteriore pretesa sul bene e accettò la valutazione concordata dalle parti. La scrittura stabiliva inoltre che non avrebbe potuto sostenere che il cavallo valesse più delle tre lire piacentine riconosciute come indennizzo.

Con la sottoscrizione della pergamena, la questione venne quindi considerata definitivamente risolta. Il caso mostra come, nella Piacenza del XIII secolo, anche una controversia riguardante un animale di scarso pregio potesse essere sottoposta a una procedura formale, soprattutto quando coinvolgeva i beni di un’istituzione ospedaliera e gli interessi di una persona legata alla sua attività.