Torino (TO)

A Torino il conflitto tra Bernini e Borromini arriva in scena

Marco Cacciola interpreta un monologo firmato da Martinelli, fra rivalità, potere e pietas

Doveva essere un lavoro dedicato a Francesco Borromini, ma nel corso della scrittura il protagonista è diventato Gian Lorenzo Bernini. Da martedì 10 novembre a domenica 15, al Gobetti di Torino, va in scena Lettere a Bernini, monologo scritto e diretto da Marco Martinelli e interpretato da Marco Cacciola. Lo spettacolo prende spunto dalla Roma del Seicento per raccontare una storia di genio, invidia, potere e rivalità, con riferimenti che arrivano fino al presente.

Il duello nella Roma barocca

Martinelli, fondatore insieme a Ermanna Montanari del Teatro delle Albe, ha iniziato a lavorare al progetto dopo una visita alla chiesa romana di San Carlo alle Quattro Fontane, progettata da Borromini. Per anni ha studiato il Seicento, fino a quando dalla ricerca è emersa la figura di Bernini, descritto come egocentrico, istrionico e seduttore. Borromini, inizialmente escluso dal centro della vicenda, è tornato nella storia come una presenza fantasmatica.

La vicenda è ambientata nel 1667, nello studio di Bernini. L’artista è furibondo con Francesca Bresciani, intagliatrice di lapislazzuli che reclama il compenso concordato per il proprio lavoro. Alle proteste seguono lettere e l’intervento di alcuni cardinali. La svolta arriva con una comunicazione legata al suicidio di Borromini, il grande rivale di Bernini. Di fronte alla morte del nemico, il sarcasmo lascia spazio alla pietas: nell’altro l’artista riconosce un fratello, un uomo impegnato come lui nella ricerca della bellezza.

Martinelli chiarisce che questo passaggio è una sua invenzione e che non esistono prove di un simile episodio. Francesca Bresciani, invece, è una figura realmente esistita. Artigiana esperta e consapevole del valore della propria opera, si trovò a negoziare con un artista sostenuto dal denaro e dai favori papali. Bernini le avrebbe offerto la metà del compenso pattuito, proponendo in cambio la promessa di altri incarichi. Il conflitto tra i due diventa così anche una riflessione sul rapporto fra talento, lavoro e potere.

Dalla rivalità al rapporto con il presente

Nel ragionamento dell’autore, l’invidia non è soltanto un sentimento distruttivo. Esiste anche una forma definita sacra, capace di trasformarsi in impulso creativo davanti alle opere di grandi artisti. Diversa è l’invidia che produce sofferenza e che, secondo Martinelli, i social network stanno amplificando attraverso un flusso continuo di commenti e confronti.

Il teatro, sostiene il regista, deve conservare un senso di libertà e rifiutare il conformismo, senza separarsi dal proprio tempo. Il riferimento a Dante serve a sottolineare che l’artista è prima di tutto un cittadino, chiamato a confrontarsi con il bene comune. Da questa idea nasce anche il lavoro del Teatro delle Albe, fondato nel 1983 da Martinelli e Montanari.

La compagnia, nata da un nucleo di quattro persone, oggi riunisce circa quaranta artisti. Il suo percorso comprende attività con adolescenti, cittadini e anziani, oltre a spettacoli portati nei teatri e nelle piazze. Martinelli ricorda anche la collaborazione con artisti senegalesi e rivendica una visione dell’identità italiana fondata sulla pluralità di città, regioni e lingue. Per il regista, la multiculturalità rappresenta una ricchezza e il confronto tra differenze può generare nuove forme di creazione.

Anche il rapporto artistico con Ermanna Montanari nasce dal confronto. I due partono spesso da posizioni diverse e arrivano allo scontro, ma proprio da quella tensione, racconta Martinelli, può svilupparsi un risultato che nessuno dei due avrebbe raggiunto da solo. Torino, infine, viene descritta come una città misteriosa, dove il razionalismo e la geometria nascondono un cuore diverso. Lo studio di Guarini e Juvarra ha riavvicinato l’autore alla lezione di Borromini, protagonista anche del romanzo storico Pietra Acqua Sogno. Vita di Francesco Borromini, pubblicato da Ponte alle Grazie.