Vercelli (VC)

A Studio 10 una mostra che rompe gli schemi del perbenismo

Opere di FRANKO B. e Lyu Binghe, a cura di Diego Pasqualin, fino al 31 maggio 2026.

A Studio 10 una mostra che rompe gli schemi del perbenismo

“Studio 10” è da ormai 55 anni la porta vercellese sull’Arte Contemporanea, negli anni Settanta fu una grande novità che giovani artisti e intellettuali di allora fecero “deflagrare”. Negli anni il centro culturale ha saputo rimanere giovane, dando spesso spazio proprio ai giovani artisti e mantenendo una mentalità aperta, senza preconcetti.

Un titolo provocatorio

Uno spirito, anche provocatorio, che in questi giorni propone uno dei progetti certamente più fuori dagli schemi degli ultimi anni (verrebbe da dire di sempre a Vercelli): “Una mostra del cazzo”… Non è uno scherzo ma il titolo del progetto realizzato da un artista italiano fra i più quotati FRANKO B., che è anche docente all’Accademia Albertina di Torino e Lyu Binghe che è uno dei suoi allievi.

La mostra è stata inaugurata sabato 18 aprile, alla presenza della presidente del centro culturale Carla Crosio, del direttore artistico. e curatore della mostra, Diego Pasqualin e di un altro fondamentale esponente della galleria, Matteo Lombardi, insieme ai due artisti (nella foto) con un numeroso pubblico, tanti giovani ma anche affezionati frequentatori del centro culturale, artisti e non.

Si potrà visitare dal venerdì alla domenica, orario 17-19 fino al 31 maggio. Ingresso libero.

L’artista FRANKO B. dal balcone del centro culturale vercellese.

La mostra

In mostra, nella sede di piazzetta Pugliese Levi, rappresentazioni falliche realizzate con tecniche diverse, da disegni che sembrano uscire da un sottopassaggio a raffinate lavorazioni, fino a installazioni.

Certamente molti non apprezzeranno questa proposta, qualcuno si scandalizzerà, magari ci saranno delle polemiche… L’arte contemporanea un po’ ci conta, di creare scompiglio, l’obiettivo è sempre però quello di rompere delle convenzioni e di liberare le menti. Basti pensare alla “Merda d’artista” inscatolata da Piero Manzoni (correva l’anno 1961).

Un tema che arriva dalla preistoria

Sul tema scelto dai due artisti viene subito alla mente che le prime testimonianze artistiche, quasi sempre statuine, rappresentano spesso attributi sessuali, sia maschili che femminili. Sono pure qualcosa di “religioso”, ovvero vogliono esprimere lo stupore per il miracolo della fertilità, che è la base della vita. Gli obelischi, stessi, nascono come rappresentazione della potenza del Faraone, anche nel significato di potenza sessuale. Sono eretti a cercare un contatto con il cielo e gli dei, ma non solo un contatto spirituale… una vera e propria penetrazione.

Un viaggio nelle fragilità maschili

Per cui non ci si deve fermare alla superficie spiazzante di questo progetto, visto che ha così tanto a che fare con la storia dell’arte umana, ma accettarne lo spirito anche un po’ goliardico, per comprendere poi che c’è di più a livello di significato. Come si evince da questo estratto del testo critico a cura di Diego Pasqualin.

“…è un racconto intimo e spudorato nel medesimo tempo; è un dialogo tra due generazioni che dalle aule dell’Accademia Albertina di Torino, vede FRANKO B (docente) e LYU BINGHE (allievo), affrontare interrogativi affini, filtrandoli attraverso le diversità spazio-tempo che raggruppano questi due artisti nel centro culturale per l’arte contemporanea. Questo evento apre i festeggiamenti dei cinquantacinque anni di attività NO PROFIT dell’associazione, rimarcando ancora una volta, la sua missione statutaria di promuovere, non solo la cultura contemporanea, ma soprattutto i giovani artisti… è tutt’altro, tranne che “del cazzo”!  I soggetti sono pretesti per mettere in luce le fragilità del concetto stesso di mascolinità, dei rapporti umani e non solo sessuali, che compenetrano gli uni negli altri; senza vergogna, ma orgogliosa onestà.
Ancora una volta la porta di Studiodieci struscerà contro il gradino d’ingresso. Nuovi quesiti e possibili digressioni agiteranno gli spettatori di questo evento che si preannuncia libero, come l’Arte stessa deve essere, e senza protezioni”.