Una campagna pubblicitaria diffusa sui social da una palestra di Grosseto ha suscitato polemiche per l’uso di un termine considerato offensivo e legato a una lunga storia di discriminazione. Nel testo promozionale, la parola “mongolo” viene utilizzata come sinonimo di stupido o ridicolo per invitare gli adulti a tornare a giocare senza preoccuparsi del giudizio altrui.
Il messaggio, pensato per promuovere le iscrizioni e il ritorno al gioco anche in età adulta, ha attirato le critiche del Garante per i diritti delle persone con disabilità del Comune di Grosseto, Diego Montani. La contestazione riguarda in particolare la scelta linguistica contenuta nel copy pubblicato online, ritenuta inappropriata per il significato assunto nel tempo dall’espressione.
Il richiamo al peso delle parole
Montani ha spiegato di comprendere l’intento della campagna, ma di non considerare adeguato il linguaggio utilizzato. Secondo il Garante, le parole non sono neutre: impiegare espressioni storicamente usate per denigrare persone con disabilità intellettiva come sinonimo di incapacità o mancanza di serietà rischia di rafforzare stereotipi discriminatori che la società dovrebbe invece superare.
Nel suo intervento, il Garante ha precisato che il tema non riguarda la libertà d’impresa o quella di espressione e che non vengono attribuite intenzioni malevole a chi ha ideato il contenuto. Il problema, a suo giudizio, è la consapevolezza con cui una comunicazione commerciale viene diffusa nello spazio pubblico, dove anche una scelta ironica può produrre conseguenze e alimentare pregiudizi.
Montani ha inoltre sottolineato che, dopo la segnalazione sull’inopportunità del termine, sarebbe stato auspicabile un gesto di apertura da parte della struttura, con la rimozione o la modifica del post. La vicenda riporta così al centro del dibattito il rapporto tra pubblicità, ironia e rispetto delle persone. Per il Garante è possibile essere provocatori e originali senza trasformare la disabilità in un termine di paragone negativo.