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Medici perquisiti a Bologna, scontro politico sui certificati per i Cpr

Pd e sindaco confermano sostegno alla magistratura; la destra chiede sanzioni in caso di responsabilità accertate

La vicenda dei medici di Bologna perquisiti nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte false certificazioni per richiedenti asilo giudicati non idonei ai Centri di permanenza per il rimpatrio ha aperto un duro confronto tra le forze politiche. Il caso riguarda attestazioni sanitarie che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbero impedito o rinviato il trasferimento di alcune persone nei Cpr. Le responsabilità dovranno essere accertate nel corso del procedimento.

Il 16 settembre 2026, una ventina di professionisti sono stati sottoposti a perquisizione in diverse località italiane. A Bologna sono stati sentiti in Questura tutti e cinque i medici coinvolti, due dei quali in servizio al Policlinico Sant’Orsola. All’esterno degli uffici si è svolto un presidio di solidarietà con la partecipazione di centri sociali, medici e specializzandi.

Le reazioni della maggioranza

L’indagine, partita da Ravenna, aveva già portato lo scorso marzo all’interdizione per dieci mesi di dieci medici. Con gli ultimi accertamenti, il fascicolo si è esteso anche ad altre parti d’Italia. Il vicepremier Matteo Salvini ha sostenuto che, in caso di condanna, i professionisti dovrebbero essere radiati dall’albo e chiamati a risarcire i danni per le mancate espulsioni delle persone che avrebbero protetto. Parole ancora più dure sono arrivate dal senatore bolognese di Fratelli d’Italia Marco Lisei, che ha invocato l’intervento degli ordini professionali qualora le accuse fossero confermate.

La richiesta di chiarimenti è stata rilanciata anche da esponenti regionali e locali del centrodestra. La consigliera regionale Marta Evangelisti ha chiesto alla Giunta di rendere nota la propria posizione, riferire sui provvedimenti adottati nei confronti dei medici e avviare un audit ispettivo straordinario. Il collega di Forza Italia Pietro Vignali ha richiamato la necessità di tutelare la credibilità del sistema sanitario pubblico e il rispetto della legalità. Il consigliere comunale Giulio Venturi ha invece auspicato verifiche da parte dell’albo professionale e della Procura.

La difesa dei sanitari

Il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha espresso fiducia nella magistratura e nel lavoro necessario a chiarire i fatti, ribadendo al tempo stesso la propria fiducia nel personale medico e infermieristico dell’Emilia-Romagna. Sulla stessa linea si è schierato il Partito Democratico bolognese, attraverso il segretario Enrico Di Stasi.

Alleanza Verdi-Sinistra ha contestato il rischio di criminalizzare la tutela della salute e ha sostenuto che il personale sanitario non dovrebbe essere costretto a scegliere tra responsabilità clinica e regole del sistema di trattenimento. I consiglieri civici Giovanni Gordini e Siid Negash hanno definito il caso il segnale di un sistema che non funziona. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha invece parlato di una situazione illegale e ha richiamato alcune chat attribuite ai medici, nelle quali sarebbero comparsi commenti offensivi verso le forze dell’ordine e riferimenti ad ambienti anarchici e antagonisti.

Alessandro Metz, operatore sociale e armatore della Mare Jonio, ha definito l’operazione un attacco politico rivolto all’intera categoria. Al centro del confronto restano dunque due piani distinti: da una parte gli accertamenti della magistratura sulle certificazioni contestate, dall’altra il dibattito sulle condizioni in cui i sanitari operano nei Cpr e sui limiti tra valutazione clinica e applicazione delle procedure di rimpatrio.