Nazionale

Inchiesta sui certificati anti-Cpr: spunta l’ipotesi associativa

Nel fascicolo figurano otto sanitari ravennati e l’infettivologo lombardo Nicola Cocco; verifiche estese a numerosi professionisti

Nuovo sviluppo nell’indagine sui certificati medici utilizzati per attestare la non idoneità all’ingresso nei Centri di permanenza per il rimpatrio. L’inchiesta, coordinata dalla procura di Ravenna, coinvolge al momento otto sanitari dell’ospedale Santa Maria delle Croci e si è allargata anche a professionisti di altre province italiane.

Tra le ipotesi di reato formulate dagli investigatori è comparsa quella di associazione a delinquere. L’accusa, secondo quanto emerso, riguarderebbe per ora tre medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale ravennate e un nuovo indagato: Nicola Cocco, medico infettivologo lombardo ed esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni.

Le verifiche dopo le perquisizioni

Gli ultimi sviluppi seguono le perquisizioni eseguite nei giorni scorsi nei confronti di oltre 20 medici operanti in diverse province. Secondo l’impostazione accusatoria, Cocco avrebbe avuto un ruolo di rilievo nei contatti tra i professionisti coinvolti e nella raccolta della documentazione relativa alle certificazioni.

In un messaggio del giugno 2024, l’infettivologo lombardo si sarebbe rivolto a una collega ravennate, anch’essa indagata, chiedendole di inviare copie delle certificazioni per realizzare una mappatura. Il contenuto della comunicazione è stato riportato dall’Ansa ed è ora al vaglio degli inquirenti nell’ambito della ricostruzione dei rapporti tra i medici.

Il modulo prestampato

Un altro elemento considerato nell’inchiesta è la circolazione di un modulo prestampato destinato alla valutazione della non idoneità alla vita nei Cpr. Il documento sarebbe stato allegato per errore, nel luglio 2025, a un certificato trasmesso alla Questura insieme all’attestazione sanitaria.

Il modulo, scaricabile dal sito del Simm, avrebbe contenuto indicazioni più ampie rispetto alla sola diagnosi clinica. Tra gli aspetti richiamati figuravano l’assenza di una storia sanitaria documentata, la durata ridotta delle visite e la capacità delle strutture di garantire cure adeguate ai trattenuti.

Proprio la presenza dell’allegato avrebbe insospettito la Questura e determinato le prime verifiche, dalle quali è poi partita l’indagine. Gli accertamenti dovranno ora chiarire l’eventuale esistenza di un coordinamento stabile tra i professionisti e il ruolo attribuibile a ciascun indagato. L’ipotesi associativa resta inserita in una fase investigativa e dovrà essere verificata nel corso del procedimento.