Rimini (RN)

Il Ponte di Tiberio a Rimini scampò alla demolizione nazista

Nel 1957 vennero recuperati sei ordigni rimasti inesplosi dal conflitto.

Nel settembre 1944, durante la ritirata delle truppe tedesche e l’avanzata degli Alleati lungo la costa adriatica, il Ponte di Tiberio a Rimini rischiò di essere distrutto. Il Marecchia costituiva un ostacolo strategico per gli eserciti e i ponti della città erano considerati obiettivi da rendere inutilizzabili prima dell’abbandono delle posizioni. Tra questi c’era il ponte romano, iniziato sotto Augusto nel 14 dopo Cristo e completato da Tiberio nel 21.

Il compito di demolire la struttura venne affidato al generale tedesco Willi Trageser. Nel ponte furono predisposti otto fornelli da mina, caricati complessivamente con oltre 100 chilogrammi di esplosivo e collegati a un sistema di detonazione. L’operazione, però, non produsse l’effetto previsto: soltanto due cariche esplosero e i danni provocati non furono sufficienti a far crollare le arcate.

Il sabotaggio resta un’ipotesi

Trageser comunicò ai superiori che la demolizione era riuscita, anche se il ponte era ancora in piedi. Le ricostruzioni successive hanno collegato il fallimento a un problema nel sistema di detonazione. Alcune testimonianze hanno tuttavia lasciato aperta l’ipotesi di un sabotaggio, sostenendo che il collegamento difettoso dei fili potesse non essere casuale.

Nel tempo si è fatta strada anche una spiegazione legata al presunto amore del generale per l’arte e la storia, che lo avrebbe spinto a risparmiare il monumento. Si tratta però di un’ipotesi suggestiva e non dimostrata. Non ci sono elementi sufficienti per stabilire se Trageser abbia agito deliberatamente per salvare il ponte oppure se il mancato crollo sia stato soltanto il risultato di un guasto.

Le cariche ritrovate dopo la guerra

Le sei cariche rimaste inesplose non vennero individuate alla fine del conflitto e rimasero nascoste nella struttura per oltre dodici anni. Nel frattempo Rimini riprese la propria vita quotidiana e il ponte continuò a essere attraversato da pedoni, biciclette e veicoli, senza che nessuno sapesse della presenza dell’esplosivo nelle sue murature.

Il pericolo emerse il 29 gennaio 1957, quando, durante alcuni lavori, un operaio individuò materiale esplosivo all’interno del ponte. Erano le sei cariche non detonate nel 1944. La notizia venne pubblicata il giorno successivo dal Resto del Carlino. Il ponte fu chiuso al traffico e furono avviate le operazioni necessarie per mettere in sicurezza l’area.

Oggi le cinque arcate in pietra d’Istria continuano a collegare il centro storico di Rimini con Borgo San Giuliano. La vicenda del ponte racconta la resistenza di una costruzione romana, ma anche un ordine di demolizione non portato a termine, un pericolo rimasto invisibile per anni e il ruolo ancora incerto del generale tedesco incaricato di distruggerlo.