Forli' (FC)

Forlì, la protesta invisibile della Gen Z riaccende l’allarme

Denis Ceccarelli interpreta chat, volantini e saccheggi come segnali di disagio e bisogno d’ascolto.

A Forlì le manifestazioni annunciate dalla Gen Z tra il 24 e il 30 ottobre non si sono concretizzate. Per sette giorni era stata prospettata una mobilitazione, ma i giovani non sono scesi in piazza. La situazione è stata accompagnata da imponenti misure di sicurezza e la Polizia ha individuato e denunciato cinque ragazzi accusati di aver incitato alla rivolta.

L’assenza di cortei e disordini, tuttavia, non ha cancellato l’allarme. Secondo Denis Ceccarelli, psicoterapeuta, coordinatore psicopedagogico dell’istituto Cnos-Fap e componente della Rete Adolescenza di Forlì, la protesta si è trasferita soprattutto nello spazio digitale. Volantini, chat e messaggi hanno contribuito a creare un clima di attesa e preoccupazione, anche senza un’effettiva mobilitazione nelle strade.

Il peso della protesta digitale

Ceccarelli definisce questa dinamica una forma di potere esercitata attraverso il digitale. La protesta, a suo giudizio, avrebbe mostrato la capacità di generare allarme anche soltanto evocando uno scenario di rivolta. L’esperto parla di una possibile disconferma, cioè del rifiuto di riconoscere dignità e ascolto all’interlocutore, fino alla scelta di non presentarsi all’appuntamento annunciato.

Nel ragionare sui fatti avvenuti altrove, il professionista distingue tra le manifestazioni pacifiche legate ai diritti e al futuro e gli episodi di violenza, con vetrine infrante e negozi saccheggiati. Le due forme non sono sovrapponibili e i saccheggi vengono condannati, ma entrambe, secondo Ceccarelli, possono essere lette come espressioni di una condizione di precarietà e di una richiesta di riconoscimento.

La promessa ai giovani e la risposta degli adulti

Il tema centrale dell’analisi è quello di una promessa che, per molti ragazzi, non avrebbe trovato conferma nella realtà. Per anni ai giovani è stato detto che impegno e lavoro avrebbero garantito risultati e stabilità; oggi, sostiene l’esperto, questa prospettiva appare meno credibile. La rottura di una vetrina e l’appropriazione di un oggetto esposto vengono così interpretate come un gesto rivolto contro il sistema, ma anche come il tentativo di entrarne in possesso.

Il cambiamento riguarda quindi il linguaggio della protesta. Quando il pensiero non è ancora pienamente formato, osserva Ceccarelli, il disagio può esprimersi attraverso l’esperienza e l’azione. La distruzione del preesistente resta una modalità già conosciuta nelle contestazioni giovanili, ma oggi assume forme diverse e si intreccia con i canali digitali. Rimane inoltre, secondo il professionista, la necessità di uno scontro generazionale capace di mettere in discussione ciò che gli adulti preferiscono non vedere.

Per affrontare il fenomeno, Ceccarelli invita a non puntare soltanto su risposte muscolari, che rischierebbero di trasformare il confronto in un braccio di ferro. Famiglia e scuola vengono indicate come le due principali agenzie sulle quali investire. Agli adulti viene chiesto di abbandonare il piedistallo, rinunciare alla pretesa di avere già tutte le risposte e costruire con i ragazzi un confronto fondato anche sulle domande.