La Corte d’assise d’appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado nei confronti di Monia Bortolotti, oggi trentenne, accusata della morte dei due figli neonati. La donna è stata assolta perché il fatto non sussiste per il decesso della primogenita Alice, morta a quattro mesi, mentre è stata ritenuta incapace di intendere e di volere per l’omicidio del fratellino Mattia, di due anni. Per effetto della decisione resterà per dieci anni nella Rems di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova.
La misura di sicurezza è stata confermata sulla base delle più recenti relazioni psichiatriche, che hanno ribadito anche la pericolosità sociale della donna. Bortolotti era stata trasferita nella struttura alla fine dell’estate 2024, dopo l’arresto eseguito nel novembre dell’anno precedente. La Rems mantovana dispone di un reparto dedicato alle madri accusate di avere ucciso i propri figli ed è una delle poche strutture in Italia con questa specifica organizzazione.
Le valutazioni sulla capacità di intendere
Un passaggio decisivo del procedimento era stato l’incidente probatorio disposto dal giudice per le indagini preliminari Federica Gaudino. Gli psichiatri incaricati avevano concluso per un vizio totale di mente, collegato a un disturbo depressivo maggiore con caratteristiche psicotiche. Secondo le relazioni, la sofferenza psichica aveva radici profonde e sarebbe stata aggravata dalle due gravidanze e dalle successive morti dei bambini, avvenute tra il 2021 e il 2022.
La Corte d’assise di Bergamo, presieduta da Patrizia Ingrascì con il giudice Andrea Guadagnino, aveva ritenuto sufficienti quelle conclusioni e respinto la richiesta della pm Maria Esposito di disporre una nuova perizia. La Procura aveva sostenuto che Bortolotti avesse ucciso entrambi i figli nell’appartamento di Pedrengo, dove viveva con l’ex compagno Cristian Zorzi, agendo in modo lucido, e aveva chiesto l’ergastolo. Per Alice, tuttavia, il procedimento si è concluso con un’assoluzione piena.
Il ricorso sul caso di Mattia
La difesa, rappresentata dall’avvocato Luca Bosisio, aveva impugnato la decisione limitatamente alla posizione di Mattia. Il dibattimento davanti ai giudici bresciani si è concentrato sulla causa della morte del bambino, sottoposto ad autopsia subito dopo il decesso, a differenza della sorella. La Corte ha condiviso la ricostruzione dell’accusa secondo cui il piccolo, descritto come sano, sarebbe stato soffocato dalla madre, che lo avrebbe stretto a sé e avrebbe atteso quasi un’ora prima di chiamare i soccorsi.
Bortolotti ha negato questa ricostruzione. La difesa ha sostenuto che Mattia fosse un neonato con problemi di salute, difficoltà di deglutizione e possibili episodi di reflusso, ipotizzando che il decesso fosse stato provocato da un laringospasmo. Una spiegazione alternativa che, secondo la decisione d’appello, non ha fatto sorgere dubbi sufficienti sulla responsabilità della donna per la morte del bambino. Resta invece confermata l’assoluzione relativa ad Alice e la permanenza nella Rems per la durata stabilita.