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Delmastro, i giudici: segreto violato per fini politici

La Corte romana conferma otto mesi: il sottosegretario trasmise dati riservati a Donzelli prima del dibattito parlamentare

Delmastro, i giudici: segreto violato per fini politici

Andrea Delmastro violò il segreto d’ufficio consegnando al deputato Giovanni Donzelli informazioni riservate sul caso di Alfredo Cospito. È la conclusione dei giudici della Terza sezione della Corte d’Appello di Roma, che nelle motivazioni della sentenza depositate lo scorso agosto hanno spiegato le ragioni della conferma della condanna a otto mesi per l’ex sottosegretario alla Giustizia.

La decisione era stata pronunciata il 20 maggio, al termine del processo d’appello. Il sostituto procuratore generale aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non costituisse reato, riprendendo una posizione già sostenuta in primo grado dalla procura di Roma. Secondo l’accusa, sarebbe mancato il dolo, cioè la consapevolezza e la volontà necessarie a integrare il reato contestato. I giudici, però, non hanno accolto questa ricostruzione.

Le informazioni consegnate a Donzelli

Nelle 24 pagine di motivazione, la Corte ritiene che Delmastro, consapevole della pubblicità dei lavori parlamentari, abbia riferito a Donzelli le informazioni ottenute dal capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria in vista dell’intervento che il deputato si apprestava a svolgere in Aula. Per i giudici, l’ex sottosegretario avrebbe ritenuto prevalente la finalità politica dell’utilizzo di quei dati, confidando che venissero riportati in forma generica.

La difesa aveva sostenuto che l’incontro fosse avvenuto nel Transatlantico e che la comunicazione fosse quindi collegata all’attività parlamentare di Donzelli. Ma, secondo la Corte, questo elemento non dimostra la buona fede dell’imputato. I giudici considerano inoltre inverosimile che, dopo una conversazione telefonica generica e un incontro casuale, Delmastro potesse ricordare a memoria proprio i passaggi del documento che interessavano il deputato.

Il vincolo del segreto d’ufficio

La sentenza sottolinea che il ministro e il sottosegretario delegato partecipavano al procedimento amministrativo relativo agli atti prodromici alla valutazione ministeriale sull’applicazione dell’articolo 41-bis. Per questo, secondo i giudici, erano tenuti a rispettare il segreto d’ufficio: le informazioni non potevano essere divulgate a soggetti estranei al procedimento, nemmeno alla persona interessata.

La Corte afferma che Delmastro, in virtù della delega sugli affari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e sulla polizia penitenziaria, era destinatario e depositario di notizie riguardanti atti e fatti collegati alle funzioni del suo ufficio. La loro comunicazione a chi non aveva diritto di riceverle integra quindi, secondo i giudici, il reato previsto dall’articolo 326 del codice penale.

A sostegno della ricostruzione, la motivazione richiama anche la coincidenza tra alcune frasi pronunciate da Donzelli in Parlamento e le annotazioni contenute nei documenti del Nic sui colloqui di Cospito con due detenuti. Il deputato aveva inoltre fatto riferimento a documenti presenti al ministero della Giustizia. Per la Corte, Donzelli era del tutto estraneo all’amministrazione penitenziaria e non aveva titolo per ricevere quelle informazioni neppure nell’ambito dell’attività di sindacato ispettivo.

In primo grado, l’ottava sezione penale del Tribunale di Roma aveva già condannato Delmastro a otto mesi dopo l’imputazione coatta disposta dal giudice per le indagini preliminari. I giudici avevano anche respinto le richieste di risarcimento presentate dalle parti civili, quattro parlamentari del Partito democratico. La Corte d’Appello ha ora confermato la responsabilità dell’ex sottosegretario, respingendo la richiesta di assoluzione.