Ra’ed Dawoud resta detenuto nella casa circondariale dell’Arginone di Ferrara. La Corte di Cassazione ha respinto il nuovo ricorso presentato dai suoi difensori contro la misura cautelare, confermando la permanenza del cittadino palestinese, naturalizzato italiano e residente a Milano, nel regime di alta sicurezza. La decisione, arrivata venerdì 9 ottobre, riguarda anche Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, detenuto nel carcere di Terni.
I due sono indagati nell’inchiesta della Procura di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso una rete di associazioni benefiche. Dawoud, originario della Cisgiordania, era stato arrestato il 27 dicembre 2025. Secondo l’accusa, avrebbe avuto un ruolo di riferimento, insieme a Yaser Elasaly, nella sede milanese dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, una delle organizzazioni esaminate dagli investigatori. L’ipotesi è che parte delle somme raccolte attraverso le attività associative sia stata trasferita ad Hamas.
Le contestazioni devono ancora essere verificate nel corso del procedimento e sono respinte dalle difese, che sostengono la natura umanitaria delle raccolte, destinate alla popolazione palestinese. Il rigetto deciso dalla Suprema Corte lascia dunque in vigore le misure nei confronti di Dawoud e Hannoun. Le motivazioni della pronuncia non risultano ancora rese note. Per Yaser Elasaly e Riyad Albustanji, anch’essi coinvolti nell’indagine, la decisione è attesa il 13 novembre.
Il precedente annullamento
La nuova pronuncia arriva dopo un percorso giudiziario segnato da decisioni differenti. Lo scorso aprile la Cassazione aveva annullato con rinvio le precedenti ordinanze cautelari, chiedendo al Tribunale del Riesame di Genova una nuova valutazione. Il Riesame, il 19 giugno, aveva nuovamente confermato la detenzione preventiva per Dawoud, Hannoun, Elasaly e Albustanji. I difensori avevano contestato quella decisione, sostenendo che non fossero state affrontate in modo adeguato le questioni sollevate dalla Corte.
Tra i punti più discussi figurava la documentazione fornita dai servizi segreti israeliani. Il materiale era stato trasmesso da un funzionario dell’intelligence identificato con lo pseudonimo Avi e comprendeva anche documenti acquisiti in contesti di guerra. I giudici avevano escluso quegli atti dal procedimento cautelare, rilevando l’impossibilità di identificare e sottoporre a contraddittorio la fonte, oltre all’assenza di garanzie sufficienti sulle modalità di acquisizione.
Per una parte dei documenti, indicati come battlefield evidence, mancavano inoltre i verbali di sequestro e gli elementi necessari a ricostruire la catena di custodia, cioè il percorso seguito dalle prove dalla raccolta fino alla consegna agli inquirenti. La Cassazione aveva sollevato criticità anche sull’uso di informazioni provenienti da fonti aperte, ritenute non adeguatamente verificate quanto a origine e attendibilità. La Procura di Genova ha quindi inviato una rogatoria internazionale a Israele per chiedere di interrogare Avi in contraddittorio con le difese, tutelandone l’anonimato. Secondo quanto riferito da Ansa e RaiNews il 21 settembre, la richiesta era stata inoltrata da alcuni mesi senza aver ricevuto risposta.
La chiusura delle indagini
Nel frattempo, il 18 settembre, la Procura di Genova aveva notificato a sei indagati, tra cui Dawoud, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. I difensori, tra i quali figura l’avvocato Dario Rossi per Hannoun, avevano espresso perplessità sulla tempistica, ricordando che erano ancora pendenti i ricorsi sulla detenzione. Secondo il collegio difensivo, la chiusura dell’inchiesta avrebbe potuto essere collegata anche alla necessità di evitare la scadenza dei termini massimi della custodia.
La difesa aveva inoltre sollevato dubbi sull’utilizzabilità di alcuni atti investigativi e delle intercettazioni, sulla qualità delle traduzioni e sulla valutazione degli elementi raccolti. I legali sostengono che non siano stati dimostrati né gravi indizi di colpevolezza né esigenze cautelari tali da giustificare la detenzione. Avevano infine denunciato le condizioni dei quattro palestinesi detenuti, richiamando il sovraffollamento, le temperature elevate affrontate durante l’estate e la distanza dalle famiglie. La Cassazione, con il rigetto del 9 ottobre, ha però confermato per Dawoud e Hannoun le misure già in vigore.