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Beccaria, agenti indagati ancora in servizio nell’istituto

La direzione nega contatti nelle sezioni detentive, mentre il procedimento milanese coinvolge 42 persone.

Al carcere minorile Beccaria di Milano continuerebbero a prestare servizio alcuni agenti della polizia penitenziaria indagati nell’inchiesta sulle presunte torture, sui maltrattamenti e sulla tentata violenza sessuale ai danni di giovani detenuti. Nello stesso istituto si trovano ancora alcuni ragazzi indicati come persone offese nel procedimento.

La vicenda è al centro di un’inchiesta della Procura di Milano, avviata dopo l’emersione di fatti risalenti al 2022 e relativa a episodi che si sarebbero verificati tra il 2022 e il 2024. Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, comprendono tortura, maltrattamenti, lesioni e falso ideologico. Nell’indagine è coinvolto anche personale sanitario.

Le misure già adottate

Nell’aprile 2024 erano state disposte misure cautelari nei confronti di 13 agenti, mentre altri otto erano stati sospesi dal servizio. Il numero complessivo degli indagati sarebbe poi salito a 42 persone. Secondo quanto riferito da Fanpage.it, parte del personale coinvolto continuerebbe a lavorare all’interno del Beccaria, mantenendo teoricamente la possibilità di entrare in contatto con la popolazione detenuta coinvolta nel procedimento.

La presenza contemporanea di agenti indagati e ragazzi ritenuti persone offese è stata confermata alla testata dalla direzione del carcere. La direttrice ha però escluso contatti diretti, spiegando che il personale interessato dall’inchiesta non presta servizio nelle sezioni detentive. La precisazione riguarda quindi l’organizzazione interna e l’assegnazione degli agenti, senza modificare il quadro giudiziario ancora in corso.

Il possibile trasferimento di un ragazzo

La direzione ha inoltre riferito del recente rientro al Beccaria di uno dei ragazzi riconosciuti come persona offesa. Per lui l’amministrazione starebbe valutando un possibile cambio di contesto, con l’obiettivo di prevenire situazioni problematiche. La soluzione dovrebbe essere individuata con particolare cautela, per evitare che il giovane possa percepire l’eventuale trasferimento come una ritorsione o come una conseguenza negativa del suo coinvolgimento nel procedimento.

La questione sarebbe stata sollevata anche durante una recente visita all’istituto del capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, Antonio Sangermano. Secondo quanto appreso dalla testata, non sarebbe stata ancora assunta una decisione definitiva. La stessa fonte ha inoltre riferito, senza una conferma ufficiale, dell’avvio di un procedimento disciplinare nei confronti dell’agente che avrebbe sollevato dubbi sulla permanenza in servizio di personale indagato.