Milano (MI)

Una vita a colori sui Navigli di Milano: la storia di Simone Lunghi

«Sono un canoista: guardo avanti ma non troppo, cercando di sfruttare le forze che ho e di non contrastare la corrente».

Una vita a colori sui Navigli di Milano: la storia di Simone Lunghi

Una vita a colori: il verde dell’ambiente da proteggere e preservare, il rosa delle donne che tornano a sorridere dopo la malattia, l’azzurro dei ragazzi autistici che diventano veri sportivi. Colori che scivolano sull’acqua dei Navigli di Milano. Simone Lunghi, nato a Vigevano, classe 1971, ha cambiato vita, maglie, lavori, ma le passioni vere le ha tenute sottopelle e le ha conservate, trasformandole in un mestiere, in un’associazione, in futuro.

Come nasce l’amore per l’acqua?

«Vengo da una famiglia di nuotatori e inizio anch’io a praticare nuoto e pallanuoto. Cercando però una mia strada, a 14 anni salgo su una canoa e a 17 sono istruttore, frequentando, nel mentre, il liceo con poco impegno. Nemmeno Peter Pan avrebbero, però, potuto credere che le bollette si sarebbero pagate con la canoa e per questo mi dedico al nuoto e vivo in modo serio e determinato fino ai 24 anni».

Poi decide di cambiare e di partire.

«Mi avvicino al mondo delle palestre e mi trasferisco in America come personal trainer di una delle famiglie più ricche. Nel 2000 rientro in Italia e continuo a lavorare nelle palestre per 15 anni, quando tutto precipita: la società che avevo salvato dal fallimento mi licenzia, viene a mancare mio padre, mi separo da mia moglie. Una situazione disperata. E’ giugno. Ho pensato fosse il mese peggiore della mia vita. Con il senno di poi, è stato il migliore perché non avevo nulla da perdere e ho ripreso in mano la mia esistenza, comprendendo che il denaro non ha valore e che le priorità sono altre».

Milano le ha offerto una nuova dimensione, quale?

«Ho iniziato a muovermi con i pattini e ho rimesso la canoa in acqua, quella dei Navigli: sono tornato al mio vero amore e sono tornato a insegnare nella Canottieri San Cristoforo. Se a Vigevano, dove ho vissuto fino al 2000, ero l’eccentrico un po’ emarginato, a Milano, anche grazie alla forza dei social, ero l’eccentrico ma anche il personaggio, tanto da essere eletto Personaggio milanese nel 2019 e ricevere l’Ambrogino d’oro e il premio Rosa Camuna».

Tutto questo anche perché lei ha iniziato a raccontare la storia del Naviglio Grande e a ripulirlo.

«Ho scoperto un’acqua più pulita di quanto mi aspettassi e sono rimasto affascinato dalla storia (unica materia che studiavo a scuola e nella quale avevo 10 di media). Mi dava fastidio vedere il Naviglio insultato dall’immondizia galleggiante e la rimuovevo. Alcuni giovanissimi ai quali insegnavo a pagaiare, in un periodo di secca, mi hanno proposto di organizzare una pulizia approfondita: l’attività non si è più fermata. Abbiamo iniziato a tirar fuori di tutto dall’acqua, comprese le biciclette del bike sharing. E’ stato il “colpo di scena” della vita, la svolta».

E’ diventato improvvisamente noto in città e non solo: quali sono stati i passi successivi?

«Ho imparato a parlare in pubblico, a rispondere alle domande dei giornalisti, a gestire le richieste. E poi nasce l’associazione Angeli dei Navigli per cercare di eliminare un concetto per me fastidioso: quello che pulire fosse da “perdenti”. Il Naviglio è un palcoscenico e come tale lo abbiamo vissuto: mentre si puliva, artisti suonavano dal vivo, attori si dedicavano a monologhi comici o poesie».

Il 10 marzo 2022 nasce Angeli del bello Milano: perché?

«Un incontro mi ha portato a questa evoluzione. Pensavo a due-tre grandi adunate all’anno sempre coniugando arte e pulizia; invece nel 2025 abbiamo organizzato 600 appuntamenti con i 25 tra gruppi e comitati dell’associazione, abbiamo assunto 5 persone con fragilità economica per diventare capi squadra. E collaboriamo con il Comune, con il tribunale: abbiamo avuto con noi più di 150 persone che dovevano dedicarsi a lavori socialmente utili. Tutto questo perché ho tirato fuori più di mille bici dai Navigli… Da qualcosa di brutto è nato qualcosa di bello».

E’ felice?

«Sono felice nel senso che ho trovato un orizzonte a cui tendere e che non voglio raggiungere perché deve essere utopico. Ho il motivo per alzarmi alla mattina».

Questa è la parte “verde” della sua vita, quale quella “rosa”?

«Con la mia Dragon boat il mercoledì e il venerdì sera “porto le mie ragazze” a pagaiare. Sono donne e pazienti oncologiche che si allenano e che hanno vinto un campionato italiano e ottenuto un terzo posto agli Europei».

E la parte “azzurra”?

«La Blue Dragon unisce la donne che hanno affrontato il cancro con ragazzi autistici: ogni signora avrebbe insegnato la tecnica a un giovane. I ragazzi sono diventati così bravi da non aver più bisogno di una tutor e così hanno conquistato la prima panca, quella che dà il ritmo all’intera squadra. Le ragazze, invece, dopo un periodo di fragilità e paura dovuta alla malattia, imparano a dare e a essere leader. Questo mette in circolo solo benefici».

Il Naviglio resta sempre baricentro di ogni attività.

«Sì, è il protagonista della mia vita, il luogo dove lavoro anche con le scuole, con le aziende per i team building, con i privati per organizzare feste. Questa è la parte imprenditoriale che sostiene quella di volontariato. E conduco una piccola trasmissione per raccontare la storia dei canali, il ruolo dell’acqua. Nella storia dello sviluppo umano si citano fuoco, ruota, polvere da sparo e Google, ma se non si fosse addomesticata l’acqua, non si sarebbe arrivati all’agricoltura. Dall’anno Mille in Lombardia si è attuata un’opera ciclopica per trasformare il territorio e di conseguenza è fiorita l’economia».

L’incontro che porta nel cuore?

«Difficile citarne uno. In questo momento penso a Lorenza. Si è trasferita a Milano per le fotografie di Andrea Cherchi. E’ venuta a lezione da me e arrivata in darsena si è messa a piangere dalla felicità di essere lì, di sentirsi quasi in un film. Lei che non aveva mai pianto di felicità. Poi penso a tutti i pianti, le risate, i concerti, gli abbracci, a tutto ciò che ho potuto vivere grazie al Naviglio, diventando anche interessante agli occhi di chi mai mi avrebbe considerato. Sono stato a cena con personaggi famosi che si dimenticavano di raccontare del loro ultimo libro o film per ascoltare la storia del Naviglio da me.

Cosa ha imparato di Milano?

«Ho capito che ha spazi pubblici molto importanti e che possono essere valorizzati organizzando eventi. Essere egoisti nel pensare a qualcosa per divertirsi si trasforma in un regalo per gli altri, liberando una bella energia».

Di cosa avrebbe bisogno, secondo lei, la città?

«Ci sono due forze contrastanti: una che spinge per l’imbarbarimento della corsa ai soldi e una che vuol vivere Milano come gruppo di persone. La percezione da fuori è quella di una città che punta sempre più in alto e anche per questo vi è un “assalto alla diligenza”: nel resto d’Italia non si riesce a fare più nulla e di conseguenza ci si sposta a Milano. Chi non riesce a esserci o a restarci prova odio. La spinta è verso un luogo effetto Disneyland dove però possono stare solo i turisti ricchi. Le persone che devono lavorare e di cui la città ha bisogno non possono mantenersi qui».

I suoi obiettivi?

«Sono un canoista: guardo avanti ma non troppo, cercando di sfruttare le forze che ho e di non contrastare la corrente».

Il sogno?

«Mi piacerebbe, dal punto di vista personale, essere una pinna capace di indirizzare le pinne degli altri perché penso che la Terra sia un’enorme tavola da surf e ogni persona una pinna che può influire con il suo talento, la sua bellezza, la sua famiglia, i suoi soldi… Io penso alla mia città perché fatico a pensare a qualcosa di più grande. Il concetto di nazione per me è troppo vasto e serve solo per fare le guerre. La città è tutto, è la comunità con cui devi giocare, e devi viverla davvero, attraverso le relazioni. Quando percorrevo Milano in auto la odiavo e mi sembrava di odiare tutti. Se sei in bici o a piedi, inizi a salutare i volti che vedi tutti i giorni e alla fine inviti qualcuno a bere un caffè, conosci e si creano scambi interessanti. E poi vorrei che le persone capissero che i soldi non sono così importanti; ma mi rendo conto che questo rappresenta un’utopia. Però è bello immaginarlo».

Ha rimpianti?

«No. Si deve ballare con la musica che viene suonata. Non potevo intraprendere prima ciò che faccio ora. Ho lavorato, ho due figli… ecco, per loro ho un desiderio…».

Quale?

«Vorrei che i miei figli avessero desideri. Vorrei che si ponessero domande profonde e che, agendo per rispondere a quelle domande, possano incontrare altre persone che si interrogano sulle stesse questioni».