La Spezia (SP)

Sabrina Mugnos studierà Marte con un dottorato in geologia

Il progetto analizza il rapporto fra vulcanismo antico e ghiaccio sotterraneo, tra ipotesi di vita e future missioni.

Sabrina Mugnos, geologa, saggista e divulgatrice scientifica spezzina, intraprende un nuovo percorso accademico con un dottorato di ricerca in geologia planetaria. L’attività le permetterà di tornare a dedicarsi alla ricerca scientifica, unendo due ambiti che da anni fanno parte dei suoi interessi professionali: la geologia e l’astronomia.

La geologia planetaria studia la struttura, la composizione e l’evoluzione geologica dei corpi celesti del Sistema Solare. Nel lavoro di Mugnos l’attenzione sarà concentrata su Marte, con particolare riferimento all’interazione tra l’antica attività vulcanica del pianeta e i depositi di ghiaccio presenti, o che potrebbero essere stati presenti, sulla superficie e nel sottosuolo, anche sotto forma di permafrost.

Il legame tra vulcani e ghiaccio

Il tema non riguarda soltanto la storia geologica del Pianeta rosso. Le trasformazioni subite dal ghiaccio nel corso del tempo potrebbero aver favorito la formazione di nicchie sotterranee, ambienti protetti dalle condizioni estreme della superficie e potenzialmente in grado di conservare acqua.

Lo studio di queste aree è rilevante anche per valutare l’eventuale presenza di microrganismi o di tracce fossili di forme di vita passate. Le zone sotterranee, infatti, potrebbero offrire una protezione dalle radiazioni che raggiungono la superficie marziana. Le eventuali riserve d’acqua rappresenterebbero inoltre un elemento di interesse per il sostegno a future missioni esplorative.

Un pianeta diverso da quello attuale

Oggi Marte appare freddo e arido, ma il pianeta ha avuto un passato molto diverso. Con dimensioni pari a circa la metà di quelle terrestri, miliardi di anni fa avrebbe presentato una superficie modellata da oceani, laghi e fiumi, oltre a condizioni climatiche differenti da quelle attuali.

Il progressivo raffreddamento del pianeta, legato alle sue dimensioni ridotte, ha portato alla perdita dell’attività endogena, cioè dei processi interni che alimentano fenomeni come il vulcanismo e la tettonica. Con il venir meno di queste dinamiche, Marte ha perso gran parte delle condizioni che contribuivano a mantenere un’atmosfera e acqua liquida in superficie.

L’acqua è quindi progressivamente scomparsa dalla superficie, mentre il pianeta si trasformava nell’ambiente gelido e desertico oggi conosciuto. Le possibili testimonianze di vita, tuttavia, potrebbero essere rimaste in ambienti sotterranei o in aree dove siano ancora presenti riserve idriche. La ricerca di Mugnos si inserisce così nel più ampio interrogativo sull’eventualità che la Terra non sia l’unico pianeta ad aver ospitato la vita.