Di Ezio Foresti*
Nel mese di maggio, la rosa in tutti i suoi colori trionfa nei nostri giardini. Simbolo di amore e bellezza, anche per noi, notoriamente poco romantici, è “fiore notissimo”, come annota il Tiraboschi. Già il nome rösa, però, con la vocale turbata e il suono ruvido della “s” sonora, evoca il suo lato oscuro, cioè le spine.
Lo troviamo in un detto che compare anche in italiano, s’p öl mia ìga la rösa sènsa i spì, che ci mette in guardia sull’impossibilità di provare gioie che non abbiano come contraltare altrettante tristezze. Sarebbe come avere, spiega il lessicografo, la carne senz’osso, il miele senza le mosche o le pere monde. Tròp còmoda, diremmo noi.
Molto usata ancora oggi è frèsch cóme öna rösa, una similitudine che indica lo stato di chi è perfettamente in forma, e lo mostra, anche dopo una giornata passata in fabbrica o nei campi. In confrónt i è röse e fiùr lo diciamo invece quando paragoniamo una situazione difficile a una ancora peggiore. Solitamente la prima ci viene riferita da altri, la seconda la viviamo noi, in prima persona. E per questo è senz’altro più degna di nota, o commiserazione.
Altri motti vengono da mondi meno idilliaci, come fà la rösa che, nel gergo dei cacciatori, indica il fenomeno che avviene “quando la munizione, fuggendo dalla canna, per la soverchia lontananza, si allarga e si sparpaglia.
Il proverbio che si allontana di più dall’atmosfera vitale e gioiosa della piena primavera è töte i röse i và ‘n gratacül. Occorre innanzitutto specificare che qui si sta parlando della rosa canina, mentre il gratacül è la sua bacca che, se mangiata senza togliere la peluria che la ricopre, provoca il fastidio efficacemente descritto dal nome bergamasco. Dal punto di vista del significato, siamo di fronte a una riflessione sulla caducità della bellezza, che è destinata a svanire. Lasciando, a volte, spiacevoli strascichi.
*lingua madre