L’ultima ricerca dello storico di Triuggio, Angelo Cecchetti, ci porta a Macherio e agli asfalti di un tempo.
Gli asfalti di un tempo
Sfogliando una copia de “L’Industria Italiana del Cemento” del 1936, sono stato travolto da un ricordo: la strada. Ma non una strada qualunque. C’era un tempo, verso la fine degli anni ’70, in cui passeggiare in Via Veneto a Macherio, proprio davanti alla mitica Cà del Popul, non era un esercizio di equilibrismo tra i crateri, ma un incontro ravvicinato con l’eternità.
Via Veneto a Macherio
C’erano questi maestosi rettangoli di cemento che tenevano incastonate pietre preziose (o quasi) con la grazia di un gioielliere d’altri tempi. All’epoca, data la mia giovane età, pensavo si trattasse di un lavoro eseguito una decina d’anni prima. Mi sbagliavo: quell’opera d’arte era stata concepita nel 1934 e vantava oltre 50 anni di onorato servizio. Era quasi immortale. Ha cessato di esistere — o meglio, è stata letteralmente fatta a pezzi — da un esercito di tubature, cavi ribelli e fogne che ne hanno frantumato la stentorea corazza.
Una volta si costruiva per l’eternità…
È proprio vero: una volta si costruiva per l’eternità; oggi costruiamo giusto per il tempo necessario a permettere a qualcuno di scavare un buco la settimana successiva. Se volessimo metterla su in altro piano, potremmo dire: «Quel cemento non è “morto”: è stato assassinato». Non è stata l’usura a sconfiggerlo (figuriamoci, quel materiale avrebbe riso in faccia a un carro armato), ma la nostra insaziabile voglia di scavare. Del ciclo della vita moderna potremmo persino stilarne il relativo capitolato:
1. Si stende l’asfalto (spesso sottile come un velo di cipria).
2. Il giorno dopo, magicamente, spunta un tecnico che deve far passare un tubo.
3. Il giorno dopo ancora, un altro deve posare un cavo.
4. Seguono la fibra ottica, le nuove fogne, e così via.
Viviamo nel ciclo del “fai e disfa”
Dobbiamo forse rimpiangere gli operai in canottiera e cappello di carta che stendevano blocchi di cemento spessi quanto le mura di una fortezza prussiana, o dobbiamo mostrare rispetto per coloro che oggi devono poter scavare con minor fatica? Saremmo tutti molto più rilassati, perché non vedremmo mai una buca stradale in vita nostra; di contro, ogni volta che qualcuno dovesse cambiare un tubo dell’acqua, dovrebbe richiedere l’intervento dell’esercito e di una squadra di sminatori. Oggi viviamo nel ciclo del “fai e disfa”. Quel cemento, nato nel 1934, non è morto di vecchiaia. Sarebbe ancora lì a guardare con sufficienza il traffico moderno.
“Esempi da imitare”
“I Comuni di Macherio e di Carate Brianza … hanno costruito negli ultimi due anni varie pavimentazioni in calcestruzzo, le quali meritano di essere segnalate innanzi tutto per i criteri di saggia economia con i quali furono realizzate e poi per gli ottimi risultati conseguiti. Le pavimentazioni del primo Comune furono eseguite da « L’Anonima Strade », mentre quelle del secondo furono eseguite da un’impresa locale: l’impresa « Fratelli Soldavini »…
Pavimentazione in calcestruzzo
A Macherio la pavimentazione in calcestruzzo fu preferita perché, oltre ad offrire una maggiore durata rispetto alle pavimentazioni in macadam con trattamento superficiale, v’era pure l’impossibilità di eseguire per quest’ultime una conveniente ossatura compressa, dato che, per la poca profondità alla quale era stata posta la fognatura, tale sottoservizio non avrebbe permesso di usare il rullo compressore senza correre il rischio di frantumare le tubazioni in cemento. Per contenere la spesa nei limiti delle possibilità comunali, ed anche perché il limitato traffico delle strade ben permetteva di ridurre la resistenza del manto, fu poi per Macherio studiato ed attuato un tipo di pavimentazione cementizia più economico di quelli che normalmente si costruiscono … Sui fianchi delle pavimentazioni furono poi costruite delle cunette in ciottolini scelti e posati sopra letto di malta cementizia.
L’abitato di Carate Brianza
Con modalità non dissimili furono realizzate anche le pavimentazioni delle vie principali dell’abitato di Carate Brianza. E non è forse nemmeno più il caso di rilevare che dall’epoca della loro costruzione nessuna fessura si è ancora rilevata nelle lastre di entrambe i lavori.” Per concludere, non per niente, forse, il titolo contenuto nella rivista del 1936 “Esempi da imitare” è rimasto solo come suggerimento”.
Angelo Cecchetti
Il servizio completo è pubblicato sul Giornale di Carate in edicola da martedì 7 aprile 2026.
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