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Editoriale Meritocrazia Italia: il pericolo dell’olocrazia

Il pensiero di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia

Editoriale Meritocrazia Italia: il pericolo dell’olocrazia

L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “il pericolo dell’olocrazia”.

Il pericolo dell’oclocrazia si manifesta come una delle minacce più sottili e pervasive per le società democratiche contemporanee: non già come negazione frontale della partecipazione popolare, ma come sua degenerazione silenziosa, quando una comunità politica, insofferente alla complessità del reale e incapace di sostenere la fatica dell’interpretazione, abdica alla propria profondità interiore e sostituisce il fragore del consenso immediato all’esercizio paziente, esigente e responsabile della ragione pubblica. In tale slittamento, la voce del popolo non viene repressa, ma svuotata; non viene esclusa, ma resa irriflessa; non viene negata, ma consegnata a dinamiche che ne dissolvono il significato politico e morale. La prevenzione dell’oclocrazia non può dunque consistere nella compressione della sovranità popolare, né nella neutralizzazione del dissenso, ma deve tradursi nella sua elevazione culturale e civile: non nel silenziamento della pluralità, ma nella sua trasfigurazione in confronto argomentato; non nella riduzione tecnicistica della politica, ma nell’orientamento umanistico della tecnica al servizio integrale della persona e della comunità.

Il suo antidoto più autentico risiede nella ricostruzione paziente e lungimirante di un ethos del bene comune, capace di operare simultaneamente sul piano istituzionale, simbolico e morale, e di alimentare una cultura pubblica nella quale la libertà non scivoli nell’arbitrio, l’uguaglianza non si dissolva in livellamento indistinto e la partecipazione non si risolva in impulso emotivo, ma divenga responsabilità condivisa e consapevole. L’oclocrazia non coincide con il semplice emergere della voce popolare nello spazio pubblico, né con una fisiologica conflittualità democratica. Essa rappresenta, piuttosto, la metamorfosi della sovranità in rumorosità, della deliberazione in reazione, della responsabilità in contagio emotivo.

È il punto critico in cui la cittadinanza, cessando di essere comunità di liberi e di uguali orientati a un bene che li trascende, si riduce a moltitudine indistinta, incapace di discernere i fini e incline a reagire agli stimoli; una massa che scambia l’intensità del consenso per la verità del giudizio, la rapidità della decisione per la giustizia dell’esito, la semplificazione dello slogan per la dignità del pensiero politico. In questo scivolamento, ciò che viene meno per primo non è l’architettura istituzionale, ma il nesso invisibile che la rende abitabile: la fiducia. Quando la fiducia si ritrae, le regole si trasformano in costrizioni formali e le procedure in strumenti di astuzia; la società, incapace di sopportare la complessità, invoca scorciatoie, delega a forze impersonali, si consegna a logiche di dominio che promettono ordine mentre erodono la libertà, promettono rappresentanza mentre riducono la persona a cifra, promettono sicurezza mentre alimentano la paura.

L’oclocrazia si rivela così come una patologia della relazione: non “troppa democrazia”, ma una democrazia priva di forma interiore, disancorata da quell’educazione del desiderio e da quella disciplina della ragione che trasformano l’energia del popolo in progetto e il conflitto in dialettica feconda.

Il tratto più insidioso dell’oclocrazia risiede nella sua pretesa di moralità. Essa si presenta come purificazione contro le élites, come risarcimento contro l’ingiustizia, come rivendicazione di autenticità; ma, sottratta alla grammatica del diritto e alla fatica della proporzione, la sua indignazione si fa selettiva, la giustizia si trasforma in vendetta, la trasparenza in sospetto generalizzato, la partecipazione in intimidazione.

Così, mentre proclama l’uguaglianza, produce esclusioni; mentre invoca il popolo, smarrisce la capacità di riconoscere i più fragili, considerati peso o ostacolo secondo una logica utilitaristica che espelle ciò che non rende, ciò che non si quantifica, ciò che domanda cura. In tale dinamica, la folla non è soggetto politico, ma vettore: non decide, ma amplifica; non argomenta, ma travolge. Il paradosso è che la massa, credendosi sovrana, diventa la realtà più manipolabile, poiché la sua forza non è la memoria ma l’istante,
non l’istituzione ma il riflesso. La contemporaneità acuisce questo rischio: l’accelerazione dei ritmi sociali, la frammentazione del sapere, l’ansia prodotta dalla perdita del senso del vivere insieme predispongono la polis a sostituire l’interpretazione con la reazione, e la politica con la promessa di soluzioni fulminee, incapaci di cogliere i nessi che generano i problemi e perciò destinate a produrne di nuovi, più profondi e meno governabili. La trasformazione della sfera pubblica in un ambiente informazionale ad alta volatilità intensifica ulteriormente tale deriva.

Quando la verità è compressa tra la velocità della notizia e la convenienza dell’interesse, e il dibattito pubblico è colonizzato da rappresentazioni persuasive più che da ragioni verificabili, la moltitudine tende a scegliere ciò che conferma le proprie passioni, non ciò che educa la responsabilità. In questo contesto, l’oclocrazia assume una forma nuova, più pervasiva e meno visibile: una oclocrazia mediata da architetture algoritmiche capaci di convertire l’emozione in attenzione, l’attenzione in consenso apparente, il consenso apparente in pressione politica.

Il rischio non risiede nella tecnologia in quanto tale, ma nell’antropologia implicita che la orienta. Se l’umano viene ridotto a ciò che è misurabile e il bene a ciò che massimizza l’utile immediato, la vita civile si consegna a un riduzionismo che espelle l’interiorità, disabitua al pensiero critico e produce una cittadinanza tecnicamente connessa ma spiritualmente impoverita, pronta a rispondere ma incapace di giudicare. È qui che la democrazia esige di essere difesa non solo come procedura, ma come cultura: non come mera aritmetica maggioritaria, ma come tessuto morale e relazionale capace di custodire il limite, di riconoscere la dignità di ciascuno e di impedire che le differenze diventino fratture insanabili.

Il pericolo dell’oclocrazia, dunque, non si esaurisce nelle piazze: attraversa i luoghi dell’attenzione, le liturgie mediatiche, le economie della paura; si alimenta della subordinazione della politica a logiche tecnocratiche e finanziarie che piegano il bene comune a interessi particolari, mentre la cittadinanza, disorientata, alterna disincanto e rabbia, finendo per chiedere alla stessa macchina che la opprime la promessa di liberarla.

L’oclocrazia è, in ultima analisi, una crisi del limite: quando si smarrisce l’idea che esistano principi capaci di frenare l’arbitrio, l’urgenza giustifica l’eccezione, la forza pretende di farsi diritto e la “volontà del popolo” diventa un lasciapassare per violare garanzie e procedure, proprio quelle che proteggono i più deboli quando l’onda si fa violenta. La via d’uscita non può essere né il paternalismo che esautora la cittadinanza, né il moralismo che demonizza la massa. Essa richiede una ripresa della democrazia come pedagogia della libertà: una democrazia capace di coniugare partecipazione e discernimento, pluralismo e bene comune, diritto e misericordia civile; una democrazia che generi leadership non come culto della personalità, ma come servizio competente e responsabile, orientato al futuro e fondato su limiti inviolabili a tutela della libertà e della giustizia. Più ancora, essa esige una sapienza del cuore: una forma di intelligenza capace di tenere insieme il tutto e le parti, le decisioni e le conseguenze, e di riconoscere nella dignità intrinseca di ogni persona il criterio ultimo di valutazione delle politiche e delle tecnologie.

Senza tale sapienza, la democrazia si riduce a calcolo e la politica a ingegneria sociale; con essa, invece, la tecnica può essere orientata a un progresso più umano, più sociale e più integrale, e la cittadinanza può essere educata al pensiero critico, al discernimento e a una responsabilità che non si limita a rendere conto, ma si fa cura dell’altro e del mondo comune.