Prima delle gare per le concessioni balneari occorre accertare e documentare la scarsità della risorsa demaniale. È la posizione sostenuta da Coralba Bonazza, consulente patrimoniale e fondatrice di Dynastia Consulting, in un dossier dedicato all’applicazione dell’articolo 12 della direttiva europea 2006/123/Ce, alla tutela delle aree Natura 2000 e al caso di Comacchio.
Il documento ripercorre il percorso avviato con la petizione europea n. 0191/2025, relativa al rapporto tra concessioni balneari e aree protette, la risposta della Commissione europea del 12 giugno 2025 e una nuova petizione presentata nel 2026. Il punto centrale riguarda i criteri con cui deve essere valutata la scarsità della risorsa naturale e le conseguenze di un’eventuale mancata dimostrazione.
Il confronto sulla direttiva europea
Secondo Bonazza, il dibattito si è concentrato soprattutto sulla fase conclusiva, quella delle gare, senza affrontare in modo sufficiente il presupposto previsto dalla direttiva servizi. L’articolo 12 stabilisce infatti che il numero delle autorizzazioni debba essere limitato dalla scarsità della risorsa. Prima di definire le procedure, sostiene quindi la consulente, sarebbe necessario dimostrare che tale scarsità esista e stabilire con quali parametri misurarla.
Nella risposta alla prima petizione, la Commissione europea aveva escluso che la semplice presenza di vincoli ambientali potesse giustificare una deroga generalizzata alla direttiva, ribadendo però l’applicazione dell’articolo 12 quando il numero delle autorizzazioni disponibili è limitato dalla scarsità delle aree demaniali interessate. La nuova iniziativa chiede chiarimenti su quali superfici debbano essere considerate disponibili e su come valutare erosione, vincoli ambientali, aree non concedibili, spiagge libere, concessioni recuperabili e domanda effettiva degli operatori.
La situazione di Comacchio
Una parte del dossier è dedicata al territorio comacchiese. Il Piano dell’Arenile comunale riportava una consistenza complessiva di 21.917 metri di arenile, suddivisi tra aree naturali, private, attrezzate, demaniali concessionate e demaniali libere. Si tratta, secondo Bonazza, di dati storici che non sarebbero sufficienti a fotografare l’assetto attuale.
La richiesta riguarda quindi una ricognizione aggiornata: quale superficie sia realmente disponibile, quanta sia stata interessata dall’erosione, quali zone siano sottoposte a vincoli, quali debbano restare libere e quali risultino concretamente accessibili e concedibili. Il dossier richiama anche la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C-348/22, relativa al Comune di Ginosa, e l’ordinanza C-574/25 del 10 luglio 2026.
La ricostruzione proposta sostiene che la disponibilità della risorsa debba essere valutata in rapporto alle condizioni concrete del territorio, senza presumere né una scarsità generalizzata né un’abbondanza dell’intero litorale italiano. Vengono inoltre richiamate le possibili conseguenze amministrative e contabili delle decisioni comunali, distinguendo tra i rischi legati all’inerzia e quelli derivanti da provvedimenti adottati senza un’istruttoria completa.
La sequenza indicata da Bonazza è dunque quella di partire dai dati, procedere all’accertamento della scarsità, individuare il diritto applicabile e infine assumere le decisioni. La petizione chiede alle istituzioni europee di chiarire anche quale ambito territoriale utilizzare per la valutazione, come considerare le zone protette o erose, quale rilievo attribuire alle concessioni decadute o recuperabili e quali effetti produca un eventuale accertamento di non scarsità.