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Chatbot e minori, perché serve imparare a dubitare

Confidenze personali, controlli sull’età e nuove norme pongono interrogativi su tutela, consapevolezza e relazioni

Un confidente sempre disponibile, capace di rispondere di notte e senza giudicare. Per molti adolescenti i chatbot stanno assumendo anche questo ruolo, soprattutto quando si tratta di parlare di solitudine, ansia o tristezza. Durante un laboratorio di educazione civica digitale, un ragazzo di undici anni ha raccontato di rivolgersi a ChatGPT per trovare risposte rassicuranti alle domande che gli venivano in mente durante la notte. Un episodio che, secondo l’autore, non sarebbe più isolato.

Un fenomeno difficile da vedere

Uno studio europeo condotto a giugno da Censuswide per la piattaforma di ripetizioni online GoStudent ha coinvolto 500 genitori italiani e i loro figli tra gli 11 e i 17 anni. Il 51% dei ragazzi ha dichiarato di essersi confidato con un chatbot su questioni personali prima di parlarne con un genitore, un amico o un insegnante. Il 58% dei genitori, invece, non sa se il proprio figlio abbia mai utilizzato l’intelligenza artificiale in questo modo.

La scelta viene spiegata con caratteristiche semplici: il chatbot è sempre disponibile, risponde rapidamente, mantiene un tono cordiale e sembra non giudicare né riferire ad altri ciò che gli viene raccontato. Qualità che ricordano quelle attribuite a un buon amico, ma che possono favorire un rapporto di dipendenza con uno strumento progettato per interagire e trattenere l’attenzione.

Negli Stati Uniti si parla di AI companion, applicazioni pensate per offrire compagnia, confidenza e, in alcuni casi, una relazione sentimentale. Secondo Common Sense Media, il 72% degli adolescenti americani le ha provate almeno una volta e circa un terzo le ha utilizzate per relazioni sociali, comprese quelle romantiche. Il fenomeno riguarda anche gli adulti: OpenAI ha riferito che lo 0,15% degli utenti attivi settimanali mostra segnali di elevato attaccamento emotivo al chatbot. Considerando gli 800 milioni di utenti settimanali indicati per ottobre 2025, si tratterebbe di oltre un milione di persone.

Norme e controlli sull’età

Il rapporto con una macchina, osserva l’autore, è a senso unico: il chatbot non si stanca, non ha una giornata difficile e tende a confermare l’interlocutore. Il rischio è che chi cresce abituandosi a questo tipo di interazione faccia poi più fatica a gestire le relazioni reali, caratterizzate anche da contrasti, delusioni e limiti.

Esiste inoltre un profilo commerciale. I servizi sono prodotti il cui valore può aumentare con il tempo trascorso dagli utenti sulla piattaforma. In un video pubblicato su Instagram, Giuliano Girelli ha definito questo meccanismo economia dell’attaccamento: dopo aver catturato l’attenzione e anticipato le intenzioni dell’utente, le piattaforme possono puntare a costruire un rapporto sempre più intimo. Comprendere questo funzionamento non significa rinunciare agli strumenti, ma usarli con maggiore consapevolezza.

La legge italiana sull’intelligenza artificiale, entrata nel secondo anno di applicazione il 10 ottobre, stabilisce all’articolo 4 che sotto i 14 anni l’accesso all’IA richiede il consenso dei genitori. Dai 14 anni, il ragazzo può decidere autonomamente, purché le informazioni siano facilmente reperibili e comprensibili. Anche l’AI Act europeo vieta i sistemi che sfruttano la fragilità legata all’età per manipolare le persone.

Il problema resta l’applicazione concreta delle regole. La verifica dell’età spesso si basa ancora su una semplice autodichiarazione. In aprile 2025 il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato con 5 milioni di euro la società che gestisce Replika, contestando anche carenze nella verifica dell’età. Il 3 luglio 2026 l’Autorità ha sanzionato Character.AI per criticità nella tutela dei minori e nei sistemi di controllo. A livello europeo, la Commissione ha presentato a settembre l’EU Kids Act, proposta che include un accesso graduale ai servizi online e chatbot disattivati per impostazione predefinita per i minori.

Allenarsi a mettere in discussione le risposte

Per l’autore, la tutela non può ridursi alla firma di un consenso: richiede che genitori e ragazzi conoscano limiti e rischi delle tecnologie. Luciano Floridi, ospite del podcast di Gianluca Gazzoli, ha sottolineato che saper formulare una domanda all’intelligenza artificiale non significa saper valutare la risposta. Da qui la necessità di imparare a dubitare.

L’allenamento può consistere nel mettere alla prova l’IA, verificando quando sbaglia, oppure nel confrontare risultati prodotti da sistemi diversi. In un laboratorio con alcuni ragazzi, la stessa richiesta di generare un’immagine ha restituito esiti molto differenti e spesso segnati da stereotipi. La conclusione è che non esiste una sola risposta della macchina, ma una serie di risultati da esaminare.

Lo stesso criterio vale quando il chatbot viene percepito come amico o confidente. Dubitare significa ricordare che dall’altra parte non c’è una persona, ma un prodotto tecnologico. In questi giorni, gli studenti delle scuole superiori della città stanno protestando. Davanti all’istituto T. Buzzi è comparso uno striscione con la frase: La scuola ci insegna tutto, tranne il mondo in cui viviamo. Un messaggio letto come una richiesta di essere accompagnati nella comprensione della realtà contemporanea.