Al via la terza edizione di Manerbio Psiche con il focus sulla famiglia: prima tappa «Il Padre».
Ad aprire le danze e consacrare l’evento come uno dei più attesi della città è stato il primo cittadino Paolo Vittorielli:
“Una realtà importante ed essenziale della città. Un evento che caratterizza le attività che organizziamo all’interno del Comune – ha commentato – in questo caso saranno trattate le tematiche della famiglia a partire dal padre, perciò sono ancora più curioso in qualità di papà. Grazie a tutti, vi auguro una bellissima serata!”.
Relatore che chi segue questa collana d’eventi ha imparato a conoscere bene è Paolo Mombelli, psichiatra e psicoterapeuta analitico junghiano.
La figura del padre nel presente
“Com’è la situazione dei padri oggi? I dati non sono particolarmente confortanti – ha iniziato senza mezze misure – Innanzitutto ci sono tre figure di padre che sono figure patologiche. Ad esempio, c’è il padre assente. Il padre assente è un classico, cioè la maggior parte delle funzioni nei confronti dei figli nella società contemporanea la svolgono le madri, i padri poco. Il padre assente è una figura che non ha particolari rapporti con i figli tranne che in situazioni particolari. In condizioni normali, se c’è da gestire una lite tra amici, una festicciola di compleanno, interviene la mamma in genere. Il padre non c’è, fa sempre le sue cose, il padre assente interviene soltanto in situazioni difficili, in situazioni particolari. Ad esempio, il figlio rischia la bocciatura, il figlio ha commesso un reato, allora è facile che il padre sia presente e prenda in mano la situazione, però la prende in mano quando la situazione è già compromessa. Il padre invece deve essere presente nella vita dei figli: presente in latino significa stare davanti, non accanto, davanti. E questo è fondamentale. Quando i nostri figli ci dicono che noi come papà, siamo i loro migliori amici… Noi non siamo i loro amici, siamo i loro padri e le loro madri. Perché di amici ne trovano finché vogliono nella vita. Di padre e di madre ne hanno uno solo, un padre e una madre. Un’altra figura patologica è quella del padre debole. Il padre debole è quello che non sa prendere decisioni in opposizione nei confronti dei figli e quindi lascia che sia la moglie, la mamma a occuparsene. E in questo caso è un padre che ai figli non dà sostanzialmente nulla. La famiglia non è una democrazia, non è un regime democratico. La famiglia è un regime in cui il padre e la madre comandano. E uso apposta questa parola dura, comandano. In un’epoca in cui comandare sembra una bestemmia, un verbo bestemmiante. Io lo dico con orgoglio, nella famiglia i padri e le madri devono comandare. La famiglia è autocratica ci sono dei ruoli ben precisi. I genitori devono essere genitori, devono avere le palle per fare genitori. Punto. E il papà debole non ha le palle per fare il genitore, quindi fa l’amicone, ma non serve. I figli non avranno mai un punto di riferimento maschile nei confronti di un padre di questo tipo. Poi c’è il padre geloso, peggio ancora, quello che è geloso del rapporto che i figli hanno con la mamma, perché vorrebbero la mamma tutta per sé”.
Il passato del ruolo di padre
Come è testimoniato nel nell’Iliade, la prima presa di coscienza che si vede nella letteratura occidentale da parte di un padre della propria paternità è quella di Ettore di Troia.
“Gli Dei hanno già detto attraverso gli aruspici che Ettore morirà e Achille vincerà e Troia sarà distrutta ma comunque non si tira indietro dal suo compito, si veste da guerriero, va a pregare gli Dei, va a salutare gli anziani genitori e poi va a salutare la moglie e il suo bambino Astianatte. Però è tutto bardato, vestito da guerriero, da guerriero con un elmo pesante e Astianatte è un piccolo di 2 anni in braccio alla mamma lo vede vestito così e si mette a piangere, non vuole andargli in braccio così Ettore si toglie l’elmo davanti al figlio, Astianatte lo riconosce come il papà, allarga le braccia e si affida a lui per l’ultimo abbraccio. Il gesto di Ettore: la prima volta nella società occidentale in cui è testimoniato per iscritto il riconoscimento di una paternità voluta, accettata, dimostrata e rivolta al figlio. Ettore si toglie l’elmo perché il figlio lo riconosca e perché lui possa prenderlo in braccio per l’ultima volta. Grandissimo, grande Ettore, grande papà, poi morirà, come sappiamo”.
La situazione attuale
“Cosa succede oggi alla figura paterna? Come stiamo? A che punto sono i lavori in corso? Vanno male, vanno malissimo. Cioè il padre è una figura assolutamente di secondo piano. Di secondo piano – ha continuato – Ma perché il Padre è così debole nell’occidente contemporaneo? Perché ci sono quattro motivi che, se mi ascoltate bene, fanno venire la pelle d’oca. I padri nel secolo scorso e anche all’inizio di questo secolo sono diventati figura di secondo piano sul piano antropologico. Primo problema: la rivoluzione industriale. Prima i figli vedevano il padre che faceva il fabbro, faceva il falegname sotto casa o vicino a casa, faceva il contadino, ma potevano andare a portargli il pranzo. La rivoluzione industriale ha portato via i padri, anche le madri da un certo punto in poi, quando è iniziata l’epoca industriale sicuramente cioè i papà sono stati tolti dalla vista e dalla relazione con i figli. Secondo motivo, le guerre mondiali. Noi abbiamo avuto due guerre in successione breve, rapida, nella prima metà del secolo scorso. Immaginate un figlio che nasce nel 1905, ad esempio, o nel 1900, che ha 104 anni, quando il padre va in guerra, il padre non torna più, muore. Allora c’è stata una generazione, questi figli i cui padri sono morti in guerra, questi figli son cresciuti, hanno avuto tempo di sposarsi e di avere figli a loro volta e i loro figli sono partiti per la seconda guerra mondiale e non sono più tornati. Quindi lì in mezzo c’è stata una generazione di padri, di uomini che sono stati figli senza padre e poi padri senza figli. È terribile. L’inconscio maschile ha registrato quella ferita mortale. La sta ancora smaltendo. Anche nel 2026 siamo rimasti senza un pezzo di noi maschi. Non siamo più noi”.