Firenze è la terza città italiana per presenza di alloggi sulla piattaforma Airbnb: ad agosto 2026 si contavano 13.902 annunci, superiori a quelli di Napoli (11.497) e Venezia (9.042).
Ne hanno più di Firenze solo Roma, al primo posto con 37.387, e Milano al secondo con 26.610.
Non va meglio nel resto della Toscana: la nostra regione è in pole position con 72.771 annunci (circa il 12,7% del totale italiano di 571.982), seguita dalla Lombardia con 66.619, dalla Sicilia con 57.335 e dal Lazio con 51.871.
È quanto emerge dall’indagine di Federalberghi condotta con il supporto di due istituti di ricerca (l’italiana Incipit consulting e la statunitense Inside Airbnb).
In generale, la ricerca ha rilevato in Italia un incremento del +7,2% di annunci in 12 mesi, +38.587 rispetto ad agosto 2025.

“I numeri evidenziano che il fenomeno Airbnb continua a crescere in modo esponenziale ed è particolarmente importante in Toscana e a Firenze”, sottolinea il direttore della Confcommercio fiorentina Franco Marinoni.
“Sarebbe da verificare quanti di questi annunci abbiano dietro una partita iva. Perché è irreale pensare di mettere in mano un’attività economica a privati.
Ma la cosa che colpisce di più dell’analisi di Federalberghi è che, aldilà di alcuni casi virtuosi, la bontà e genuinità dell’esperienza Airbnb è messa in discussione: non si vive come “local” in un palazzo dove ci sono solo turisti”.
“Ci sono diversi falsi miti da sfatare”, spiega il presidente di Federalberghi Firenze Francesco Bechi – intanto non è vero che si tratta di una forma integrativa di reddito, visto che il 67,5% degli annunci sono pubblicati da persone che amministrano più alloggi.
Non è vero neppure che si tratta di un’attività occasionale, dal momento che oltre la metà degli annunci (il 57,6%) riguarda alloggi disponibili per oltre sei mesi l’anno.
Cade anche il mito della “experience” da condividere con il proprietario di casa e la sua famiglia: l’81,8% degli annunci si riferiscono all’affitto di interi appartamenti, in cui non abita nessuno. Infine, non è vero che il fenomeno si sviluppa dove c’è carenza di offerta ricettiva.
Tutt’altro: è concentrato soprattutto nelle grandi città e nelle principali località turistiche dove la disponibilità di strutture ricettive ufficiali è alta”.
“Sfruttando un’immagine fresca e amichevole, il fenomeno Airbnb ha contribuito ad incrinare il concetto di sostenibilità del turismo e in alcuni casi anche di qualità dell’accoglienza”, aggiunge il direttore Marinoni, “oltre ad innescare nelle città una serie di problemi sociali e urbanistici che sono sotto gli occhi di tutti”.

“Non si contano poi le scorrettezze ai danni dei consumatori”, prosegue il presidente della Federalberghi fiorentina Bechi, “come l’aleatorietà delle misure di sicurezza: in oltre la metà degli annunci non si fa menzione dell’estintore, il kit di primo soccorso c’è solo nel 39,9% dei casi e il rilevatore di fumo nel 33,1.
Senza contare l’elusione del CIN, il codice identificativo nazionale obbligatorio di cui sono privi il 14,7% degli annunci.
Insomma, una situazione che richiede l’intervento delle autorità preposte anche per ristabilire la giusta concorrenza sul mercato”.