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Su Telegram ricompare Phica: oltre 11mila iscritti

La Polizia Postale valuta ruoli, responsabilità e possibili legami con il precedente portale sequestrato

A circa un anno dal sequestro del precedente portale Phica.eu, il nome è tornato a circolare online attraverso un nuovo spazio su Telegram. Il gruppo, denominato Phica – La rinascita, avrebbe superato in pochi giorni gli 11mila iscritti. Al suo interno vengono condivise fotografie di donne senza il loro consenso, comprese immagini intime, accompagnate da commenti sessisti e offensivi.

La ricomparsa dello stesso nome non dimostra, da sola, che il nuovo gruppo sia gestito dalle persone coinvolte nella precedente piattaforma. La Polizia Postale evidenzia che il richiamo a un marchio già noto può essere utilizzato per attirare attenzione e reclutare nuovi utenti. Per accertare eventuali collegamenti sono necessarie verifiche sugli account, sulle modalità di gestione del canale e sulle tracce digitali lasciate dagli amministratori.

Le responsabilità da accertare

Gli accertamenti devono distinguere i diversi ruoli all’interno della chat. La posizione di chi crea il gruppo non coincide automaticamente con quella di chi pubblica le fotografie, le rilancia o partecipa alla diffusione attraverso commenti e condivisioni. Per ogni soggetto viene esaminata la condotta concreta e l’eventuale contributo alla pubblicazione o alla circolazione di contenuti illeciti.

Un altro elemento riguarda il ruolo delle persone ritratte. In diversi casi di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite è necessaria una querela della vittima per avviare il procedimento, fatta eccezione per le situazioni in cui la legge prevede la procedibilità d’ufficio. Anche i commenti possono avere conseguenze penali autonome quando assumono carattere offensivo o compromettono la reputazione della persona raffigurata.

Immagini pubbliche usate fuori contesto

Non tutte le fotografie condivise in questi spazi provengono da telefoni violati o da profili privati. Alcune immagini possono essere state pubblicate liberamente sui social e successivamente scaricate, decontestualizzate e trasferite in ambienti differenti. La loro disponibilità online, chiarisce la Polizia Postale, non rende responsabile la vittima e non autorizza altri utenti a riutilizzarle o diffonderle senza consenso.

Il fenomeno, infine, non riguarda soltanto il singolo contenuto. La presenza di migliaia di utenti nello stesso spazio può alimentare una percezione di anonimato e impunità, favorendo la condivisione a catena e l’esposizione delle persone ritratte a una vera e propria gogna digitale. Le verifiche dovranno quindi ricostruire sia l’origine del gruppo sia i comportamenti dei suoi partecipanti.