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Vaccini e influenza, cosa dicono oggi le evidenze scientifiche

Pregliasco chiarisce il cosiddetto divario immunitario: indicazioni pratiche contro i virus respiratori.

Dopo la pandemia molte persone hanno la sensazione di ammalarsi più spesso e collegano il fenomeno al Covid o ai vaccini. Secondo Fabrizio Pregliasco, virologo, docente universitario e direttore sanitario dell’IRCCS Galeazzi di Milano, questa percezione non dimostra però un aumento generalizzato delle infezioni. Nel linguaggio comune, infatti, vengono chiamati influenza tutti i disturbi con febbre, stanchezza, tosse, raffreddore e mal di gola, anche quando la causa è un altro virus respiratorio o una polmonite.

Dopo la fine delle restrizioni, in molti Paesi si è osservato un aumento dei casi, con stagioni e fasce d’età coinvolte in modo diverso rispetto al passato. Uno studio pubblicato nel 2025 su Advanced Science, basato sui dati dell’Organizzazione mondiale della sanità relativi a 116 Paesi, ha stimato un calo dell’influenza del 46,3% durante le limitazioni e un incremento del 131,7% nel primo inverno successivo. Per Pregliasco si è trattato di un rimbalzo epidemiologico, non dell’effetto di un indebolimento immunitario provocato dai vaccini.

Il cosiddetto divario immunitario

Durante lockdown e uso delle mascherine molti patogeni hanno circolato poco. Gli anticorpi hanno quindi avuto meno occasioni di attivarsi e numerosi bambini non hanno incontrato alcuni virus comuni. Con la ripresa dei contatti sociali è aumentato il numero delle persone suscettibili a specifiche infezioni. Il fenomeno viene talvolta definito debito immunitario, ma l’esperto preferisce parlare di divario immunitario: non indica una perdita generale delle difese né un danno permanente al sistema immunitario.

Anche il primo incontro con un virus, attraverso l’infezione o la vaccinazione, lascia un’impronta nella memoria immunologica. Questo meccanismo, noto come immune imprinting, porta l’organismo a richiamare le cellule che riconoscono un agente già incontrato. Le mascherine, sottolinea Pregliasco, hanno ridotto i contagi senza atrofizzare le difese. Allo stesso modo, le attuali conoscenze non mostrano che il vaccino anti-Covid causi un’immunodepressione generalizzata. Non esiste inoltre una sorta di batteria immunitaria che si esaurisce con il numero delle vaccinazioni: gli antigeni stimolano popolazioni cellulari specifiche.

Prevenzione e vaccinazione

Non è possibile affermare che oggi ogni adulto contragga l’influenza più spesso rispetto al periodo precedente al 2020. Le stagioni successive alla pandemia sono state irregolari e alcuni episodi attribuiti all’influenza erano causati da altri virus. Prima dei 30 anni, secondo una ricostruzione delle infezioni, il virus veniva contratto in media due volte ogni due anni; dopo i 30 anni, circa due volte ogni dieci anni. Molti casi lievi, però, non vengono riconosciuti.

Per ridurre il rischio restano importanti il lavaggio frequente delle mani, il ricambio dell’aria, l’isolamento domestico in presenza di febbre o sintomi respiratori rilevanti e l’uso della mascherina sui mezzi pubblici. Gli anziani dovrebbero contattare il medico ai primi sintomi, perché gli antivirali sono più efficaci se assunti tempestivamente. Il Ministero della Salute raccomanda la vaccinazione antinfluenzale ai bambini dai 6 mesi ai 6 anni, agli over 60, alle donne in gravidanza, ai malati cronici e a familiari e caregiver di persone fragili.

La stagione precedente ha registrato 17 milioni di casi, circa 10mila ricoveri per complicanze respiratorie e 8mila decessi. Il virus ha inoltre circolato in anticipo, soprattutto a dicembre. Per la nuova stagione Pregliasco ipotizza un andamento meno pesante e segnala il monitoraggio dei virus A(H3N2) con il sottogruppo K. Per le persone anziane, malate o fragili, tuttavia, non esiste una stagione davvero favorevole: la protezione resta importante ogni anno.

Un ulteriore filone di ricerca riguarda il funzionamento delle difese innate. Uno studio pubblicato su Nature Immunology e coordinato dall’Università di Milano-Bicocca ha mostrato che alcune cellule immunitarie possono percepire lo stimolo meccanico prodotto da un microrganismo che si lega alla loro superficie e attivare un segnale infiammatorio. La risposta potrebbe quindi iniziare prima dell’identificazione molecolare dell’agente infettivo, ma i risultati dovranno essere approfonditi e confermati.