L’occupazione della Sapienza di Pisa è iniziata dopo lo sciopero del 30 ottobre e, secondo gli studenti coinvolti, nasce da una contestazione precisa sulle modalità di utilizzo degli spazi universitari. Durante la giornata di sciopero, spiegano gli occupanti, gli altri poli erano chiusi mentre la Sapienza ospitava un convegno con catering, pur restando inaccessibile agli studenti.
Uno spazio per la comunità universitaria
La protesta è stata raccontata da Irene Carrieri e Leonardo Nencioni, che indicano nella riappropriazione del palazzo da parte della comunità universitaria uno degli obiettivi dell’iniziativa. L’occupazione, nelle loro intenzioni, non vuole però limitarsi alla vita interna dell’ateneo, ma diventare un punto di partenza per una mobilitazione più ampia.
Carrieri ha parlato della volontà di costruire un cambiamento dal basso, attraverso forme di organizzazione e partecipazione ritenute più autentiche quando nascono direttamente dalle persone coinvolte. Il progetto non riguarda soltanto gli universitari: l’obiettivo dichiarato è mettere in relazione anche gli studenti delle scuole e i giovani che non possono permettersi di proseguire gli studi.
Un primo segnale di questa apertura, ha ricordato Carrieri, è arrivato durante lo sciopero, quando alla mobilitazione hanno partecipato anche le lavoratrici del settore delle pulizie dell’università. La loro presenza ha portato all’attenzione il lavoro quotidiano che consente agli studenti di frequentare le aule e di vivere gli spazi dell’ateneo. Gli occupanti hanno sottolineato di non voler concentrare l’iniziativa esclusivamente sulle proprie esigenze.
Lo sguardo alle proteste europee
Nencioni ha collegato l’esperienza pisana alle proteste giovanili in corso, secondo quanto riferito nel testo, in Serbia, Albania, Francia e Spagna. Il riferimento è a movimenti accomunati da esigenze e richieste che gli studenti considerano vicine alle proprie. L’occupazione della Sapienza viene così presentata come il tentativo di portare anche a Pisa quella spinta collettiva, attraverso iniziative concrete e momenti di confronto.
Lo spazio occupato dovrebbe quindi funzionare come luogo di discussione e coordinamento, dal quale organizzarsi e provare a incidere sulle decisioni che riguardano il futuro. La mobilitazione punta a coinvolgere componenti diverse della società, oltre il perimetro dell’università, mantenendo al centro la partecipazione diretta e la costruzione di legami tra studenti, lavoratrici e giovani.