Nazionale

La montagna tra fatica, volontariato e senso civico

Un testo contrappone abitudini delle comunità alpine alle proteste distruttive delle periferie urbane.

È un confronto dai toni fortemente polemici quello proposto da Gian Francesco Tiramani nell’articolo dedicato alle differenze tra i giovani delle aree montane e quelli delle periferie urbane. Il testo prende spunto dalle proteste caratterizzate da insulti, lanci di oggetti e danneggiamenti per mettere in evidenza un modello diverso di comportamento, fondato sul lavoro quotidiano e sulla partecipazione alla vita della comunità.

Secondo l’autore, i ragazzi che vivono in montagna affrontano difficoltà concrete spesso poco visibili nel dibattito pubblico. Tra queste vengono citati gli spostamenti quotidiani verso scuole lontane, le levatacce durante l’inverno e la necessità di spalare la neve per raggiungere gli istituti. Il riferimento alla scarsa copertura telefonica e alla connessione lenta serve a descrivere un contesto segnato da servizi più distanti e meno accessibili rispetto a quelli disponibili nei centri abitati di pianura.

Il confronto tra territori

Un altro passaggio riguarda la sanità. Nel testo si sottolinea come, per chi vive nelle zone alte, possa essere necessario percorrere più di un’ora per arrivare al pronto soccorso e oltre mezz’ora anche per una prestazione semplice, come un’iniezione intramuscolare. L’autore collega questa situazione alla chiusura di presidi considerati più vicini ed efficienti e allo spostamento dei servizi verso le aree maggiormente popolate.

La descrizione prosegue attraverso le attività di volontariato. I giovani delle comunità montane vengono rappresentati con le divise della Pro Loco, della parrocchia, della Croce Verde, dell’AVIS e degli Alpini, in una sequenza che vuole evidenziare il loro coinvolgimento nelle iniziative locali. Nel fine settimana, osserva Tiramani, molti di loro si dedicano inoltre alla preparazione della legna, alla raccolta dell’erba e ai lavori agricoli o di manutenzione.

Nel testo anche il rapporto con le forze dell’ordine viene presentato come un elemento di distinzione. Alle immagini di pietre, segnali stradali ed estintori lanciati contro gli agenti, l’autore contrappone l’ospitalità riservata ai Carabinieri e la partecipazione della comunità alle cerimonie per i militari prossimi alla pensione. Viene ricordata anche una protesta simbolica: il blocco temporaneo di una strada provinciale per chiedere il mantenimento della caserma locale.

Il confronto investe infine i consumi e il tempo libero. Alla spaccatura delle vetrine per ottenere capi firmati viene opposta la campagna dei pomodori necessaria, secondo il racconto, per acquistare un motorino usato. Al monopattino vengono invece affiancati il trattore, la motosega, la zappatrice e gli interventi sull’impianto elettrico in garage.

L’articolo si chiude contestando l’idea che ogni comportamento distruttivo debba essere spiegato soltanto attraverso il disagio sociale. La tesi sostenuta è che il dibattito pubblico dovrebbe considerare anche le difficoltà delle comunità montane e il valore educativo delle responsabilità quotidiane. Il tono resta però polemico e contrappositivo, con una netta distinzione tra chi vive nelle aree montane e chi abita nei contesti urbani descritti come più inclini alla violenza.