«Quando qualcuno ti dà un pugno in faccia, la reazione automatica sarebbe quella di ridarglielo, ma noi siamo umani, non siamo animali. E noi umani, a differenza degli animali, possiamo pensare. Ma se io uccido qualcuno, questo riporterà indietro mia figlia? Oppure sentirò meno dolore? La risposta è no. Io credo che questo sia proprio il potere del dolore, che per me è molto simile al concetto di energia nucleare».
A dirlo è Rami Elhanan, israeliano. Accanto a lui, Bassam Aramin, palestinese. Entrambi padri di figlie morte nella guerra israelo-palestinese.
Entrambi hanno deciso di trasformare quel dolore in energia nucleare che, tradotto, significa dialogo e conoscenza dell’umanità nell’altro. Anche quando ti muore una figlia. Anche quando hai, per i più basici sentimenti umani, tutte le ragioni per provare rabbia e odio.
Loro sì, li hanno provati, ma hanno trasformato il tutto in amore e in un messaggio di pace.
Smadar aveva 14 anni ed era la figlia di Rami. È stata uccisa da un kamikaze palestinese mentre faceva shopping con le amiche, nel centro di Gerusalemme. Abir, 10 anni, figlia di Bassam, è stata colpita a morte fuori dalla sua scuola da un giovane soldato israeliano.
Ma ecco, che anche dal dramma può levarsi un vento di pace, sospinto dal più nobile dei sentimenti.
Così Rami Elhanan e Bassam Aramin da vent’anni girano il mondo, dicendo che “sì una convivenza tra israeliani e palestinesi è possibile”. E che no, questa guerra non ha a che fare con la religione, ma tanto con la politica.
La loro storia, di convivenza, come loro stessi la definiscono, è arrivata sul palco del teatro di Fiesole. O meglio, è ritornata nel comune fiorentino.
«Loro erano già venuti, anche se da remoto, qui a dicembre – spiega Cristina Scaletti, sindaca Comune di Fiesole – In qualche modo era partita davvero tutta la procedura per il processo di candidatura al Nobel per la Pace dei due padri e quindi tornano a casa, tornano in una terra di pace».
L’iniziativa fiesolana è stata l’occasione di un dialogo interreligioso, mentre in Medio Oriente la guerra continua a farsi sentire. Sul palco, infatti, oltre alle istituzioni, anche l’imam di Firenze, Izzedin Elzir, il presidente della comunità ebraica di Firenze, Enrico Fink , e il vescovo di Fiesole, monsignor Stefano Manetti.
Dialogo è la parola d’ordine. E per capirlo basta vedere sul palco Rami e Bassam, mentre si spalleggiano tra una battuta e l’altra su due religioni apparentemente lontane, ma cui alla base c’è la parola amore e rispetto dell’altro. Vedere e riconoscere l’altro.
«Questi due testimoni che ho il piacere di conoscere stasera, segnano una pietra miliare per il nostro tempo, dando una spinta incredibile a questa speranza nel dialogo».
Così, Stefano Manetti, vescovo di Fiesole. A fare eco alle sue parole l’imam di Firenze, Izzedin Elzir:
«Si deve dialogare, parlare per cercare di affermare i diritti dell’uno e dell’altro. Oggi, con questo messaggio, affermiamo il messaggio della pace».
Perché oltre la violenza c’è un modo per creare speranza e non distruzione. Si può anche perdonare.
«Nessuno ti chiede di perdonare, è una questione molto personale – dice Bassam Aramin, candidato al Nobel per la pace – Se credi nel perdono, se credi nell’umanità, non è difficile. Questo è il nostro modo di vivere e fa una differenza enorme anche fisicamente per te stesso, se riesci a perdonare. Non ti porti dietro il peso del dolore».
di Edlira Mamutaj
