Hanno lavorato fino a tarda sera gli uomini della scientifica, dopo l’omicidio in via Marini a Prato. Per la Procura non è stata una semplice lite sfociata nella violenza.
Tutto comincia poco dopo mezzogiorno, di martedì 13 ottobre. Dalle finestre di un palazzo, all’angolo con via Erbosa, esce fumo denso e nero. Gli inquilini scappano in fila. Alcuni testimoni raccontano di una donna che urla, con ustioni alla testa. Arrivano vigili del fuoco, polizia e carabinieri.
Poi la scoperta, in un appartamento, al civico 61. Un uomo giace a terra, senza vita. Lo hanno ucciso con due colpi di pistola. Una calibro 7.65. Il fuoco, però, non l’ha toccato. Sul corpo c’è una sola bruciatura.
La svolta – perlomeno apparente – arriva poche ore dopo, quando un cinese di 53 anni entra in questura e si costituisce. Dice di aver sparato lui, a un connazionale. E spiega il motivo: la vittima lo filmava col telefonino mentre si drogava. Davanti al suo avvocato aggiunge un altro dettaglio. Ha provato a dare fuoco ai bagagli, nella stanza del delitto.
Gli investigatori controllano le telecamere della zona. E trovano la pistola dentro una campana del vetro. Proprio dove l’uomo aveva detto di averla gettata.
Ma squadra mobile e Procura non si fermano alla sua versione. Per loro il movente è più complicato. Così guardano anche a un altro rogo, in via Marx. Qui un market è andato in fiamme nella notte tra lunedì e martedì. L’ipotesi è che i due fatti siano collegati.
Restano due domande. Perché il 53enne si è consegnato? E che legame c’è tra quell’incendio e il delitto di via Marini? Risposte a cui stanno lavorando gli inquirenti.