Ravenna (RA)

De Pascale sul caso Cpr: «La politica non entri nelle sentenze»

Il governatore difende medici e agenti coinvolti nell’inchiesta ravennate

Il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale è intervenuto sul procedimento che coinvolge tre dottoresse indagate dalla Procura di Ravenna per i certificati medici rilasciati a persone destinate ai Centri di permanenza per il rimpatrio, i Cpr. Le dichiarazioni arrivano dopo che la Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento relativo alle misure cautelari interdittive, compresa la sospensione dall’attività.

Il richiamo alla presunzione d’innocenza

De Pascale ha sottolineato che le decisioni dell’autorità giudiziaria devono essere rispettate, così come la presunzione d’innocenza per le professioniste coinvolte nell’indagine. Secondo il presidente regionale, non è corretto ricondurre alla politica le sentenze o trattare le persone sottoposte ad accertamenti come se fossero già state condannate.

Nel suo intervento, l’ex sindaco di Ravenna ha esteso il ragionamento anche agli appartenenti alle forze dell’ordine. Medici e poliziotti, ha osservato, devono essere considerati innocenti fino a quando non venga dimostrata la loro colpevolezza, esattamente come ogni altro cittadino. De Pascale si è detto perplesso dalla tendenza a distinguere tra diverse categorie di servitori dello Stato.

L’indagine sui certificati per i Cpr

Il procedimento riguarda tre dottoresse finite al centro degli accertamenti della Procura ravennate per la vicenda dei certificati medici utilizzati per evitare l’ingresso nei Cpr. L’annullamento disposto dalla Cassazione riguarda le misure cautelari interdittive e la sospensione, ma non equivale a una conclusione dell’indagine né a una pronuncia definitiva sulla responsabilità delle professioniste.

De Pascale ha ribadito di voler difendere contemporaneamente il diritto e il dovere delle Procure di svolgere le proprie verifiche e il principio della presunzione d’innocenza. Il punto, secondo il presidente dell’Emilia-Romagna, è mantenere rispetto per le persone coinvolte e per il lavoro della magistratura, evitando che il confronto pubblico trasformi un procedimento ancora aperto in una condanna anticipata o in uno scontro politico.