Nervi tesi nello stabilimento Electrolux di Cerreto d’Esi, dove il 12 ottobre 2026 i lavoratori si sono riuniti in assemblea per discutere la proposta presentata dalla multinazionale svedese. Al centro dell’incontro c’è il piano di riorganizzazione del gruppo, che prevede circa 1.250 esuberi a livello nazionale, con 150 posizioni considerate a rischio nel sito dell’entroterra anconetano.
Durante l’assemblea, alla quale hanno partecipato le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali, è emersa la preoccupazione per alcuni progetti che, secondo quanto riferito dai lavoratori, prevederebbero lo spostamento in Polonia di fasi produttive ritenute determinanti. Per questo motivo i sindacati hanno inviato una diffida unitaria alla direzione di Electrolux, trasmessa per conoscenza anche al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.
La richiesta di fermare i trasferimenti
Nel documento le sigle chiedono all’azienda di non trasferire le produzioni e di non ridurre le attività attualmente svolte nello stabilimento di Cerreto d’Esi. Secondo i rappresentanti dei lavoratori, eventuali spostamenti prima della conclusione del confronto renderebbero più difficile il negoziato sugli esuberi e comprometterebbero la possibilità di raggiungere un’intesa.
La richiesta sindacale è quindi quella di mantenere invariati i volumi e le lavorazioni del sito fino all’individuazione di un acquirente considerato solido. Le organizzazioni chiedono inoltre che la continuità produttiva sia garantita per i tre anni previsti dal piano di ristrutturazione, evitando che l’impianto venga progressivamente svuotato prima dell’eventuale cessione.
Il futuro del sito
Electrolux ha confermato l’intenzione di uscire dal segmento delle cappe da cucina, ritenuto non più redditizio, e ha prospettato la possibile cessione dello stabilimento a un soggetto terzo insieme a un percorso di reindustrializzazione. Per i lavoratori, tuttavia, l’assenza di impegni vincolanti lascia aperti interrogativi sulla tenuta occupazionale e sulla reale prospettiva di rilancio.
Nel confronto già avviato al tavolo del Mimit, i sindacati hanno indicato come priorità il blocco di qualsiasi trasferimento verso l’Est Europa e la salvaguardia delle attività presenti nel sito. Gli ammortizzatori sociali e il ricorso alla cassa integrazione vengono considerati strumenti necessari per affrontare la fase di transizione e tutelare i redditi, ma la questione centrale resta la disponibilità di produzioni e commesse sufficienti a mantenere operativo lo stabilimento.