Dall’11 al 13 settembre Vercelli ha ospitato la seconda edizione di Risò, il Festival internazionale del riso. Il territorio piemontese conta circa 114 mila ettari coltivati a riso, 71 mila dei quali si trovano nella provincia vercellese. Tra gli anniversari ricordati figurano gli 80 anni dalla selezione dell’Arborio e i 160 anni del canale Cavour.
Alla storia della risicoltura locale è legato anche un passaggio decisivo per il miglioramento genetico. Nel 1925, alla Stazione sperimentale di risicoltura di Vercelli, il professor Giovanni Sampietro mise a punto la tecnica dell’incrocio artificiale del riso. Secondo la Regione Piemonte, quel metodo aprì la strada al miglioramento genetico del riso in Italia e in Europa. La Stazione aveva acquistato nel 1922 la Cascina Boraso, in via Torino, trasformandola in una struttura sperimentale; nel 1931 vi fu realizzata la Sezione di genetica. Due stanze dell’edificio ospitano oggi un museo della risicoltura.
Il riso e la fecondazione controllata
Incrociare il riso richiede un intervento manuale perché la pianta tende naturalmente ad autofecondarsi. Il documento dell’OCSE dedicato alla biologia di Oryza sativa la definisce una specie fondamentalmente autogama. Ogni spighetta contiene sei antere, con più di mille granuli di polline ciascuna, e un ovario dotato di stigma biforcuto. Quando il fiore si apre, il polline viene liberato e germina rapidamente sullo stigma, mentre la maturazione degli organi maschili e femminili è sincronizzata.
Il polline del riso coltivato resta vitale per appena tre-cinque minuti dopo essere uscito dall’antera, mentre l’ovulo può riceverlo anche per alcuni giorni. La fioritura avviene generalmente al mattino e ogni spighetta rimane aperta per circa mezz’ora. Gli incroci spontanei possono comunque arrivare fino al 5 per cento. Per realizzare un incrocio, il genetista elimina prima le antere, con un’operazione chiamata emasculazione, eseguita sulle spighette destinate ad aprirsi. La pannocchia della pianta scelta come padre viene poi inserita in un sacchetto e scossa per trasferire il polline. È un lavoro di precisione, svolto fiore per fiore.
La canapa e il ruolo del polline
La canapa presenta caratteristiche opposte. È infatti una specie dioica: i fiori maschili e quelli femminili si sviluppano su piante diverse. Nelle varietà dioiche, le femmine possiedono cromosomi XX e i maschi XY; uno studio pubblicato nel 2020 su Genome Research ha individuato i cromosomi sessuali nella coppia più grande. Il polline viene trasportato dal vento e non esiste una distanza in grado di escludere completamente l’impollinazione. Oltre il 75 per cento dei granuli resta vitale per pochi giorni, mentre la quota scende sotto il 10 per cento entro il nono giorno.
Per chi coltiva canapa da fiore, la presenza del polline è un problema. Secondo i ricercatori della Cornell University, l’impollinazione riduce la produzione di CBD dei fiori femminili, che inoltre sviluppano semi dopo la fecondazione. Per questo i coltivatori cercano di tenere lontane le piante maschili, utilizzando semi femminizzati, talee prelevate da piante femmine già note oppure eliminando i maschi appena riconoscibili. Esistono anche varietà monoiche, con fiori dei due sessi sullo stesso individuo, impiegate soprattutto per la produzione di seme.
Le infiorescenze femminili di canapa light presenti sul mercato derivano in genere da coltivazioni nelle quali la fecondazione viene evitata. Nella risaia, invece, l’obiettivo è opposto: ogni fiore deve trasformarsi in un chicco. A Vercelli la ricerca guarda intanto a marcatori molecolari ed editing genetico con CRISPR/Cas9, ma il principio di base dell’incrocio manuale resta quello definito un secolo fa: rimuovere le antere da un fiore e trasferirgli il polline di un altro.