Innocent Oseghale, condannato in via definitiva per l’uccisione e il vilipendio del cadavere di Pamela Mastropietro, ha scritto dal carcere alla madre della ragazza. Nella missiva si scusa per il dolore provocato e ribadisce la propria versione dei fatti: avrebbe agito da solo e la morte della giovane sarebbe stata causata da un malore.
La lettera è stata ricevuta da Alessandra Verni, madre della vittima, assistita dallo Studio Legale Rs Group di Torino. La donna e i suoi legali hanno espresso forti dubbi sull’autenticità delle intenzioni dell’autore e sulla spontaneità del testo. Secondo Verni, le parole utilizzate non trasmetterebbero un’autentica ammissione di responsabilità, ma sarebbero state suggerite o dettate per uno scopo preciso.
I dubbi della madre
In una nota, Verni e lo studio legale sostengono che la struttura linguistica, il registro e i contenuti della missiva non sembrino riconducibili a una riflessione autonoma del detenuto. La madre di Pamela ritiene inoltre che vi sia una contraddizione tra quanto scritto da Oseghale e le dichiarazioni pubbliche rese recentemente dai suoi difensori.
Per la difesa di Verni, questo contrasto renderebbe la lettera uno strumento privo di valore sul piano del ravvedimento. Stefano Rigoli, titolare dello studio torinese, ha definito la missiva un tentativo di manipolazione e ha ipotizzato che possa servire a creare i presupposti per futuri benefici penitenziari, come permessi o riduzioni della pena. La madre, si legge nella nota, chiede che la memoria della figlia non venga utilizzata per ottenere scorciatoie carcerarie e ribadisce la richiesta di una ricostruzione completa dei fatti.
La replica della difesa
Il legale di Oseghale, Simone Matraxia, ha respinto l’ipotesi di una lettera dettata da terzi. Interpellato dall’Adnkronos, ha spiegato che il detenuto aveva manifestato la volontà di scrivere alla madre di Pamela in risposta alla richiesta di un incontro.
Secondo Matraxia, la versione contenuta nella missiva coincide con quella già sostenuta in precedenza: Oseghale afferma di avere fatto tutto da solo, nega di avere violentato e ucciso la ragazza e sostiene di averne fatto a pezzi il corpo dopo il decesso provocato, a suo dire, da un malore. Il difensore ha quindi definito il contenuto della lettera farina del sacco del detenuto.
Nei mesi scorsi Verni aveva chiesto un secondo incontro in carcere, separato dal percorso di giustizia riparativa, perché convinta che sul caso non fosse emersa tutta la verità e che potessero esserci complici non individuati nel processo. Nonostante la disponibilità manifestata da Oseghale, l’incontro non sarebbe stato possibile. Il nuovo scambio epistolare riaccende così il confronto tra la madre della vittima e la difesa del condannato sulla ricostruzione della vicenda e sul significato delle sue dichiarazioni.