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Chivu si racconta: metodi, famiglia, l’Inter e i suoi giocatori…

L'allenatore dei campioni d'Italia si racconta in una lunga intervista

Chivu si racconta: metodi, famiglia, l’Inter e i suoi giocatori…

Cristian Chivu, allenatore dell’Inter, ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Cronache di Spogliatoio:

“Io non penso di avere una vita davanti per fare questo mestiere. So che è un mondo che ti può togliere tanto dal punto di vista di come stai percependo determinate cose e il rischio di mettere determinate maschere in certi momenti e non mi piace. Quando verrò succhiato da quello, dirò basta. Preparo al meglio il domani, ma non mi sono dato 5, 10 o 20 anni: prima o poi ci si casca in quella fase in cui la maschera la devi mettere. Cercherò di non farlo.

Se mi sento ancora un apprendista? Sì, è il mio modo di fare e di vedere le cose. Avere dei dubbi mi permette di essere curioso, di uscire dalla mia zona di comfort. Il giorno che non mi considererò più un apprendista sarà quello giusto per smettere. Per come sono fatto io, lo studio e le sfide tengono vive la passione e la voglia di andare avanti con entusiasmo.

È cambiato poco da due anni fa: cito l’opportunità che mi hanno dato a Parma e poi quella all’Inter. Parliamo di un anno e mezzo da allenatore professionista. Dal punto di vista umano sono la stessa persona, ho la stessa ambizione e passione: continuo ad essere la miglior variante che posso essere cercando di trasmettere entusiasmo e passione per il calcio. Ti svegli e non sai dove sei? Quello è quando giochi ogni tre giorni: è bello perché alleno una squadra che preferisce giocare, ma per noi staff è dura. Appena finisce una partita inizi a pensare alla prossima: vanno bene sei partite di fila, ma alla settima non sai dove sei e se hai preparato tutto. Diventa una cosa che sbalordisce per bene.

Se io sono riuscito a trovare una stabilità è grazie all’amore della mia famiglia che mi ha accompagnato in questo anno e mezzo non semplice secondo le aspettative anche mie: ho la fortuna di avere una moglie che mi toglie tanto extra-calcio e incuriosita dal mio mondo. È partecipe e vuole stare con me e condividere anche momenti brutti: mi cazzia per come rispondo ai giornalisti, per come mi approccio e per quello che vede a bordo campo, tipo gli sputi.

Se quest’anno sono più sicuro? Ho imparato ad essere più stabile nelle mie certezze: per me il successo e l’insuccesso sono due bastardi che tratto alla stessa maniera. È una cosa che ho imparato: non paragono niente e non mi esalto se le cose vanno bene e non mi deprimo se le cose non vanno. I riposi e il non ritiro? Non so se ci vuole coraggio, ci vuole comprensione: a me non piace l’integralismo, mi piacciono le idee nuove. Non alleno per la mia coscienza, alleno per i miei ragazzi, per la sensibilità che ho in alcune situazioni in cui capisco cosa ci vuole.

Non mi interessano i giudizi: a volte so che la decisione che prendo, tipo non fare la rifinitura, la prendo perché so quanto la partita precedente abbiamo speso. Mi interessava di più il recupero dopo Napoli, la rifinitura puoi anche saltarla per le energie mentali. Tuttora credo di aver sottovalutato quello che abbiamo sprecato dal punto di vista mentale contro il Napoli andando a provare a recuperare una partita essendo sotto 2-0 per poi andare a Madrid in cui qualcosa ci è mancato nelle energie: avrei dovuto dare una mezza giornata libera, avrebbe fatto bene.

Gestione diversa sui cartellini gialli? Non giudico il passato, io giudico quello che sono io e come valuto io i gialli: anche io ho fatto scelte forti con due difensori ammoniti dopo 30′ e di toglierne uno per non compromettere l’integrità della squadra. Non è che io non cambio l’ammonito, ma non parto dall’idea che deve uscire subito per paura di rimanere in dieci: voglio responsabilità dai miei giocatori, non sono tanto giovani, hanno esperienza e sanno giocare col cartellino.

Poi pazienza, se prendono il rosso mi prendo io la responsabilità: ma non è facile per un difensore sapere che se prendi un giallo vieni sostituito. Perché stacchi la spina, c’è il rischio che mancano 20 minuti all’intervallo e lì può fare danni. Io sono stato chiaro: in alcuni momenti l’ammonito verrà tolto in base a cosa fa subito dopo il giallo, ma mi prendo io la responsabilità.

Far uscire il giocatore dalla zona comfort? È la chiave della crescita, se vuoi crescere devi uscirci: ha mille sfumature che devi accettare. Deve piacere anche a loro la sfida, fa vedere quello che sai di te in modo diverso: devi accettare tutti i cambiamenti perché io pretendo e chiedo, ma sei tu che devi accettare tutto. Ho a che fare con un gruppo stimolato da questa cosa. A me piace giocare, c’è un attrezzo in mezzo e bisogna saper fare certe cose col possesso: poi mi piace anche trovare l’equilibrio giusto per recuperarlo il prima possibile.

Io non posso giudicare tutto quello che stiamo facendo da un anno e mezzo per tre partite giocate finora: siamo all’inizio, abbiamo fatto errori individuali che ci hanno portato a subire gol, ma anche collettivi che ci hanno portato a subire qualcosa che nessuno voleva. Ma quello che ho guardato sempre con fiducia è stata la reazione: siamo andati sotto 0-2 e abbiamo portato a buon fine le partite in campionato. Sappiamo di dover migliorare tanto quando non abbiamo l’attrezzo. In Europa? Dipende dal momento della stagione, dall’autostima: è un’incognita. Quando si arriva più in là lo è sempre, non sai come finiscono le partite, avere sempre il dominio della palla non vuol dire che ti porta a vincere: bisogna trovare equilibrio, in Champions la qualità è molto alta e le squadre sono preparatissime. È sempre trovare il giusto equilibrio senza perdere l’identità e la fiducia.

Stones e Spence? Spence si allena da una settimana con noi, fa tutto: non ha esercitazioni che non può fare. Jones è sempre stato con noi, John sta facendo la riatletizzazione: sta meglio anche lui. Non sono diversi da noi: siamo stati bravi a scegliere persone che assomigliano molto al nostro modo di fare.

Jones e Spence si sono calati perfettamente nel gruppo sotto tutti i punti di vista, sembra siano qua da un bel po’. John è più serio, ma è una persona meravigliosa: non ne trovi tante così nel calcio, ci fa piacere averlo per l’esperienza che ha, ci può dare tanto.

I portieri? Tutti hanno bisogno di km, soprattutto un portiere. La differenza col tennis è nel giudizio degli altri, se nel tennis perdi una partita basta, finisce lì, dopo due giorni viaggi per il prossimo torneo. Quando un portiere fa un errore, centinaia di persone giudicano l’errore come se fosse la fine del mondo e non è giusto. Un attaccante, se sbaglia a tu per tu col portiere, non viene giudicato allo stesso modo di un portiere che fa un errore.

Non è semplice per un portiere mantenere l’autostima e la forza mentale. Quello che guardo dopo un errore è come si reagisce, i miei giocatori quest’anno quando hanno sbagliato hanno sempre reagito. Martinez? Lui è uno che si prende la responsabilità degli errori, mantiene un livello di professionalità importante e si mette a disposizione del gruppo, per me è più che pronto. La convocazione in Nazionale? Speriamo che aiuti anche nei giudizi di chi lo giudica da fuori.

Diouf? A me non l’ha detto che vuole giocare a centrocampo (ride, ndr). Non so se lui ha dichiarato questo, spesso viene tutto decontestualizzato e lo sapevo già da tempo. Diouf è un ragazzo applicato, fa del suo meglio nel dare alla squadra quello che serve nei momenti di una partita. Vuole sempre migliorare, passiamo molto tempo in sala video per fargli capire i movimenti senza palla, lo vedo molto attento.

Mettiamo in chiaro una cosa: non è facile far giocare un giocatore in un ruolo in cui non ha mai giocato però lui ha mostrato applicazione, voglia di migliorare e quindi dieci e lode sotto ogni punto di vista, poi è un processo lungo, necessita tempo e bisogna fare degli errori. Gli errori ti portano a migliorare il prima possibile. Lui si sente un centrocampista, però per come è costruita questa squadra, per quello che vogliamo fare, per il coraggio e la spensieratezza che lui ha, è utile in quel ruolo. Lui vede la porta avversaria, calcia tanto ma deve calciare meglio. A volte va sul destro e a me piace questa cosa, ha padronanza del piede debole, deve migliorare e trovare delle soluzioni alternative, lui sa fare queste cose e mi fa piacere vedere il suo atteggiamento in una squadra come l’Inter, dove al primo errore vieni giudicato come se fossi l’ultimo della Terra e sappiamo tutti la percezione che c’era su di lui l’anno scorso.

Diouf ha una forza caratteriale spaventosa, quello che è successo l’anno scorso avrebbe potuto ammazzare chiunque ma non lui, ha fatto mesi e mesi senza alzare la voce o lo sguardo, non ha mai detto nulla negli allenamenti. Sono contento che riesce a far vedere le sue qualità e si mette a disposizione della squadra e mi fa piacere che è stato convocato in Nazionale, non è semplice nella Francia. Sono stracontento del suo lavoro e ha tanti margini di miglioramento.

Cresce e cresce bene, cresce giocando, facendo la differenza ed essendo decisivo con noi e in Nazionale. Lui è giovane, ma ha autostima e questo gli permette di continuare a lavorare rimanendo con i piedi per terra.

Pio Esposito non lo considero più un giovane, ma gioca in Serie A da un anno e un mese, sta facendo vedere di essere sulla strada della crescita. Lui e gli attaccanti hanno capito che fare una pressione del genere aiuta a recuperare palla e permettere alla squadra di difendere più alto. Questa è una convinzione che abbiamo, ci serve ed è utile alla squadra. Inutile pretendere cose se non c’è la convinzione, c’è tanta fiducia che la palla prima o poi la indirizzeranno da una parte o dall’altra, poi possiamo anche sbagliare per bravura altrui, ma mi interessa come reagiamo alla pressione.

Ale (Stankovic n.d.r.) è un play ma può fare il mediano: è un play, davanti alla difesa, ha un bel piede, ha bisogno di migliorare nei tempi di gioco, però ragazzi parliamo di un giocatore che ha iniziato il suo percorso solo due anni fa. Ha avuto il coraggio di andare in Svizzera, l’anno scorso ha fatto la Champions col Bruges, a volte mi rimprovero anche io per come lo considero, visto che lo conosco da quando era un bambino.

Questo ragazzo ha fatto tanti gol in Champions, ha vinto col Bruges ed è un giocatore da Inter, davanti a lui c’è Calhanoglu, tutti sappiamo cosa vuol dire per questa squadra, c’è anche Zielinski play, bisogna che Stankovic mantenga intensità, ritmo e voglia di migliorarsi e prima o poi lo vedremo.

I principi non cambiano, i moduli cambiano. A volte costruiamo a tre, a volte a quattro, abbiamo varie modalità di difendere, a uomo, col +1 a protezione della difesa o col 4-4-2. Dipende dalla costruzione degli avversari. I principi rimangono gli stessi: uno di questi è recuperare palla il più presto possibile.

Qualcosa cambia, ma ci alleniamo per principi e ci riconosciamo da soli, in gara, quello che gli avversari vogliono fare. Magari a volte cambiano quello che hanno fatto nelle precedenti cinque partite, a volte ti aspettano, a volte ti aggrediscono. Avendo principi allenati e riconosciuti, i giocatori trovano soluzioni in campo ancor prima di dirlo nell’intervallo.

Facile dare giudizi senza conoscere il contorno, non posso controllare le opinioni degli altri. Mi scivolano le cose che non mi interessano, ascolto con attenzione le cose che mi interessano. Ho studiato l’inglese a scuola, l’ho migliorato all’Ajax, mi torna facile parlare questa lingua e spiego in inglese ai giocatori che non parlano ancora in italiano. Non cambierò la cultura del calcio, né il modo di esprimersi e di parlare, ma non cambiano neanche i miei valori e i principi.

Con Mourinho? Ci siamo visti poco, prima della partita e dopo ci siamo abbracciati. L’UEFA e le partite di Champions ti tolgono tempo, perché ci sono tanti impegni mediatici, ma ci siamo sentiti al telefono prima e dopo la partita, ci siamo augurati il meglio per il prosieguo della stagione.

In estate? Riposo in maniera veloce, mi bastano uno o due giorni e sono come nuovo. A casa vivo di una serenità talmente forte con tre donne che mi trasmettono tanta energia. Sono andato al mare, in barca, in un matrimonio e poi anche negli USA per vedere alcune partite del Mondiale, un po’ di vacanza, di lavoro e tempo per le mie donne che durante l’anno non riesco a dedicare loro”.