Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, porta sullo schermo una satira politica ed ecologica costruita attorno alla figura di un magnate del petrolio convinto di poter salvare l’umanità dopo aver contribuito a metterla in pericolo. Il film, prodotto tra Stati Uniti, Regno Unito e Messico, è arrivato nelle sale italiane il primo ottobre 2026 e viene programmato anche in diverse strutture dell’area bergamasca.
Il disastro provocato dal magnate
Digger Rockwell, interpretato da Tom Cruise, è l’uomo più potente del mondo: un imprenditore del petrolio che conduce operazioni di estrazione tra i ghiacciai della Groenlandia, ignorando la presenza di metano. Un’esplosione provoca il distacco di un iceberg e mette in serio pericolo le coste europee. L’emergenza richiama l’attenzione del governo statunitense e del presidente Compson, interpretato da John Goodman, un leader fanatico che tende a identificare i propri problemi con quelli dell’intera nazione.
Alla coppia formata da Rockwell e Compson si contrappone il dottor Nirav Ganesh, responsabile della sicurezza ambientale e interpretato da Riz Ahmed. Le sue analisi razionali vengono però ignorate da chi difende interessi economici e politici immediati. Il personaggio rappresenta la voce della ragione in un sistema incapace di riconoscere il pericolo, nonostante la consapevolezza che il petrolio continui a essere considerato indispensabile per il funzionamento del mondo.
La vicenda assume progressivamente la forma di una rappresentazione teatrale che ripercorre la vita del magnate. In un lungo monologo davanti a un Parlamento europeo rappresentato in toni dimessi, Rockwell si confronta con le proprie responsabilità e con le contraddizioni di un’intera società. La sua figura, modellata come una caricatura del capitalista contemporaneo, e quella del presidente diventano così maschere di un’umanità concentrata sul proprio interesse o incapace di reagire a ciò che sta accadendo.
Tra teatro, media e crisi ambientale
Iñárritu costruisce una riflessione sull’apocalisse ambientale e sulla passività di chi osserva senza comprendere i segnali. Il film richiama anche il cinema di Stanley Kubrick e, per la costruzione scenica esplicitata, alcuni elementi già presenti in Birdman. La manipolazione della realtà coinvolge inoltre i media e l’intelligenza artificiale, in un mondo dove la percezione degli eventi può essere alterata fino a richiedere un atto di fede.
La fotografia di Emmanuel Lubezki accentua il carattere grigio e sospeso dell’ambientazione attraverso l’uso della pellicola 35 millimetri in VistaVision. Le immagini di ghiacciai, ambienti spogli e nature morte accompagnano il ritratto di una società che comprende le conseguenze delle proprie azioni soltanto quando è ormai troppo tardi. La danza sulla fine del mondo diventa così una forma di resistenza, ma anche il segno di un’umanità ridotta alla sopravvivenza e chiamata a fare i conti con le proprie responsabilità.