Chi paga il conto del progresso? È la domanda al centro dell’incontro ospitato dal Teatro Verdi di Ferrara nell’ambito del festival di Internazionale. A confrontarsi sul tema sono state le economiste Marcella Corsi, dell’Università Sapienza di Roma, e Sheba Tejani, del King’s College London, che hanno esaminato gli effetti della rivoluzione digitale, delle guerre e della crisi climatica sui rapporti economici e sociali.
La prospettiva proposta è quella dell’economia femminista, utilizzata per osservare chi detiene il potere, come lo esercita e quali conseguenze produce. Non si tratta soltanto di verificare l’uguaglianza delle opportunità, ma di guardare agli esiti concreti delle trasformazioni e alla distribuzione dei benefici e dei costi tra uomini e donne, lavoratori, imprese e territori.
La tecnologia e il costo del cambiamento
La discussione si è concentrata in particolare sulla rivoluzione digitale e sulla crescita degli investimenti nell’intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti, è stato ricordato, le risorse destinate al settore hanno raggiunto livelli senza precedenti, mentre una parte rilevante dello sviluppo tecnologico resta concentrata nelle mani di pochi grandi attori economici e industriali.
Dietro la parola innovazione, però, ci sono anche lavoro, energia e risorse territoriali. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si basa in parte sull’attività svolta nei Paesi in via di sviluppo e richiede grandi quantità di energia, aggiungendo un ulteriore elemento alla crisi climatica. A subire gli effetti più pesanti del cambiamento sono spesso proprio gli Stati che hanno contribuito meno a produrlo. Da qui il richiamo al rischio di un nuovo colonialismo verde, con risorse mobilitate soprattutto per sostenere la crescita tecnologica del Nord del mondo.
Un altro nodo riguarda la presenza femminile nei percorsi di studio e nelle professioni legate a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, ancora inferiore rispetto a quella maschile. Le donne rischiano così di avere un ruolo minoritario sia nella progettazione delle tecnologie future sia nei settori destinati a subirne maggiormente gli effetti.
Lavoro, genere e disuguaglianze
Secondo le riflessioni di Tejani, il rapporto tra progresso tecnologico e disuguaglianze di genere non è un fenomeno nuovo. Nei Paesi in via di sviluppo, l’espansione dei comparti manifatturieri destinati all’esportazione aveva portato le donne a rappresentare anche il 60-80% della forza lavoro in alcuni settori. A favorirne l’impiego contribuivano salari più bassi, stereotipi sui lavori manuali, maggiore disponibilità alla flessibilità e una minore presenza sindacale.
Con l’aumento del contenuto tecnologico dei prodotti e dei processi, tuttavia, il fenomeno si è in parte invertito, dando luogo alla cosiddetta defemminilizzazione del lavoro. Il miglioramento della produzione non coincide quindi necessariamente con un miglioramento delle condizioni delle lavoratrici. Anche nei servizi, dall’insegnamento alla sanità fino agli impieghi amministrativi, discriminazioni e norme sociali continuano a incidere sull’accesso ai settori, sulla permanenza e sulle possibilità di carriera.
La possibile automazione di alcune mansioni potrebbe colpire in modo particolare i lavori d’ufficio e amministrativi, dove la presenza femminile è più alta, mentre gli uomini restano più rappresentati in numerosi ambiti tecnologici. La questione riguarda inoltre il lavoro di cura, ancora fortemente associato alle donne: la tecnologia può alleggerirne una parte, ma non elimina il problema dell’accesso alle soluzioni disponibili né sostituisce automaticamente relazione, presenza, attenzione emotiva e sostegno psicologico.
Il confronto ha infine collegato disuguaglianze economiche, trasformazioni tecnologiche e crisi della democrazia. Il fallimento di un modello incapace di ridurre le disparità può alimentare la crescita dei movimenti politici di destra e il richiamo ai valori tradizionali e alla centralità della famiglia, in una fase di maggiore autonomia e influenza sociale delle donne.
È stato discusso anche il ritorno di un intervento più diretto dello Stato nell’economia dopo la stagione neoliberista. La questione, però, resta quella degli obiettivi e dei beneficiari di queste politiche, con il rischio di una crescente sovrapposizione tra potere politico ed economico. L’incontro si è chiuso senza una risposta numerica alla domanda iniziale, ma con un interrogativo sulla possibilità di decidere collettivamente chi debba sostenere i costi delle trasformazioni. Comunità, relazioni e partecipazione sono state indicate come strumenti per affrontare cambiamenti che, altrimenti, rischiano di essere definiti da élite ristrette.