Arezzo (AR)

Oro e export, il distretto di Arezzo rallenta nel 2026

Quotazioni elevate e tensioni internazionali pesano su fatturato, lavorazioni e scambi con Ankara e Abu Dhabi

Il distretto orafo di Arezzo rallenta nonostante la corsa delle quotazioni dell’oro. È quanto emerge dall’ultima indagine realizzata da Intesa Sanpaolo insieme a Federorafi di Confindustria, che fotografa una fase di difficoltà per la filiera italiana: la domanda internazionale si indebolisce, i costi della materia prima restano elevati e le tensioni geopolitiche modificano i flussi commerciali.

Dopo la crescita registrata negli anni successivi alla pandemia, il comparto sta attraversando una fase di normalizzazione. Nel 2025 il fatturato del settore orafo italiano è diminuito del 5 per cento, mentre la produzione ha perso il 13,8 per cento. La frenata è proseguita nei primi sei mesi del 2026, con una riduzione del 2 per cento del giro d’affari e una contrazione del 22 per cento della produzione. L’aumento del valore dell’oro, quindi, non è bastato a compensare la diminuzione dei volumi e della domanda.

Export in calo, ma con dinamiche diverse

Il quadro appare ancora più articolato guardando alle esportazioni. Nei primi cinque mesi del 2026 le vendite italiane all’estero di gioielli in oro hanno raggiunto 4,4 miliardi di euro, segnando un calo del 15 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, anche considerando le quantità. Il dato risente soprattutto della normalizzazione dei flussi verso la Turchia, mercato che negli anni precedenti aveva contribuito in modo significativo alla crescita del comparto.

Escludendo la Turchia, l’export italiano avrebbe invece registrato un aumento del 15 per cento, sostenuto dalle vendite dirette verso Stati Uniti, Svizzera, Francia e altri mercati strategici. Tra i principali poli produttivi italiani, Valenza continua a mostrare una dinamica positiva e Vicenza resta sostanzialmente stabile. Arezzo, al contrario, risulta penalizzata dalla riduzione dei flussi verso Turchia ed Emirati Arabi Uniti, con effetti diretti sulle imprese del territorio.

Il costo della materia prima

A pesare sulla filiera è anche l’andamento dell’oro. Il 29 gennaio 2026 il metallo prezioso ha raggiunto un massimo storico vicino ai 5.600 dollari l’oncia, sostenuto dalle tensioni geopolitiche e dalle aspettative sulla politica monetaria statunitense. In seguito le quotazioni hanno perso terreno, ma sono rimaste abbastanza alte da mantenere sotto pressione i costi di approvvigionamento delle aziende.

Secondo l’analisi di Intesa Sanpaolo e Federorafi, nei prossimi mesi il prezzo potrebbe stabilizzarsi su una media di circa 4.200 dollari l’oncia, per arrivare a una media di circa 4.275 dollari nel 2027. Si tratta di valori inferiori al picco di gennaio, ma ancora quasi il 25 per cento sopra la media del 2025. Per il distretto aretino la sfida sarà quindi difendere i volumi, diversificare i mercati e contenere l’impatto dei costi, puntando su nuovi partner, prodotti, canali digitali e maggiore presenza all’estero.