A quasi due anni da quelle fiamme, arriva la svolta giudiziaria. Stiamo parlando dell’esplosione del deposito Eni di Calenzano morirono cinque operai. Rimasero feriti in ventisette. Sei persone ora chiedono di patteggiare la pena.
Era il 9 dicembre 2024, quando in via Erbosa esplose tutto. Da allora la Procura di Prato ha lavorato senza sosta. Prima l’incidente probatorio, poi la chiusura delle indagini preliminari. Al termine, sei dipendenti Eni hanno scelto il patteggiamento. Le pene proposte vanno da due anni a quasi tre anni. Complessivamente, quattordici anni e mezzo di reclusione. Le accuse: omicidio colposo plurimo, disastro colposo.
Il procuratore Luca Tescaroli ha dato parere favorevole. Due le ragioni: pene ritenute congrue, risarcimenti già versati alle famiglie. Ma attenzione, avverte lo stesso Tescaroli: patteggiare non significa ammettere colpa. Per tre indagati, invece, si andrà a processo. Sono il datore di lavoro e il preposto della ditta esecutrice Sergen. Con loro, un responsabile Eni per i progetti esteri.
C’è anche un capitolo minore, legato all’ambiente. Quattro indagati hanno chiesto l’oblazione per gli scarichi abusivi nel fosso Tomerello. Ora la parola passa al giudice per le indagini preliminari.
Il deposito, intanto, cambia destino. L’area è tornata a Eni. I serbatoi sono già stati svuotati. Al loro posto, presto, un hub per le energie rinnovabili, sufficiente a soddisfare il fabbisogno elettrico di circa 10 mila famiglie.