È una fotografia in chiaroscuro quella dei redditi da lavoro dipendente nella provincia di Pistoia, dove la crescita registrata negli ultimi cinque anni non è stata sufficiente a compensare l’inflazione. L’analisi di Acli e Iref evidenzia una situazione difficile, che secondo Daniele Gioffredi, segretario della Cgil di Prato e Pistoia, affonda le proprie radici in trasformazioni economiche ormai consolidate.
«Da troppi anni, quando si parla di indicatori negativi, Pistoia si colloca in fondo alle classifiche», osserva Gioffredi. Il segretario definisce paradossale la posizione della provincia, inserita nella Toscana centrale, area considerata tra le più forti per economia, infrastrutture, servizi e turismo. Per la Cgil, le criticità sono il risultato della combinazione tra crisi dell’industria e del manifatturiero, deindustrializzazione, crescita del terziario, precarietà e presenza di rendite considerate improduttive.
Cassa integrazione e precarietà
Tra gli elementi più preoccupanti c’è l’aumento della cassa integrazione. Secondo i dati citati da Gioffredi, nei primi sei mesi del 2026 le ore autorizzate nel territorio pistoiese hanno già superato il milione. Nel 2025, inoltre, si sarebbe registrato un incremento del 20% rispetto all’anno precedente, mentre la cassa integrazione straordinaria, spesso collegata a situazioni in cui non segue una ripresa produttiva, sarebbe cresciuta del 177%. «Se i lavoratori sono in cassa integrazione è ovvio che guadagnino meno», sottolinea il segretario.
A pesare sui redditi è anche la struttura dell’occupazione. A Pistoia, afferma Gioffredi, il 30% degli occupati lavora con un contratto part-time. Nel frattempo diminuiscono i rapporti a tempo indeterminato, mentre aumentano quelli a tempo determinato, i lavori in somministrazione e le attività a chiamata. La riduzione dell’occupazione stabile, secondo la ricostruzione del sindacato, si è verificata sia nell’ultimo anno sia nell’arco dell’ultimo decennio.
Il peso dell’industria
Un altro passaggio indicato come decisivo riguarda il ridimensionamento dell’industria nell’economia locale. Negli anni Settanta Pistoia era tra le prime quindici province italiane per occupazione manifatturiera e aveva mantenuto questa caratteristica fino ai primi anni Duemila. Oggi il quadro è cambiato e, secondo Gioffredi, le conseguenze sui redditi sono evidenti: la manifattura garantiva storicamente maggiore stabilità e, tendenzialmente, retribuzioni più elevate. La trasformazione ha invece favorito attività più precarie, stagionali e con un numero inferiore di ore lavorate.
La proposta della Cgil è quella di rilanciare la manifattura senza contrapporla agli altri settori, considerandola un possibile motore per l’intero sistema economico. «Se c’è desertificazione industriale scompare tutto il resto», afferma Gioffredi, che collega la debolezza dei redditi anche a un livello di inflazione tra i più elevati in Italia. In questo contesto parla di una rendita immobiliare o finanziaria definita «parassitaria», ritenendola scollegata da una crescita della domanda sostenuta da maggiori disponibilità economiche.
Per invertire la tendenza, conclude il segretario, servono investimenti e nuova occupazione attraverso una progettualità complessiva del territorio. Tra le priorità vengono indicate la valorizzazione delle competenze locali, il rafforzamento dei servizi pubblici, una pubblica amministrazione più efficiente e il riutilizzo delle aree dismesse per favorire nuovi insediamenti industriali. Nel quadro rientrano anche le infrastrutture, dai treni veloci nella piana al raddoppio ferroviario, dal casello di Pistoia all’asse dei vivai e a una strada per la Montagna. «Occorre avere un progetto per Pistoia con il tema del lavoro protagonista», sostiene Gioffredi.