Con l’avanzare dell’età, una terapia consolidata può diventare meno sicura se non viene rivalutata periodicamente. L’organismo cambia il modo in cui assorbe, distribuisce, metabolizza ed elimina i medicinali, mentre gli organi possono diventare più sensibili alla loro azione. Per questo, la stessa dose tollerata da un adulto giovane può produrre nell’anziano effetti più intensi o duraturi.
Il tema è stato analizzato anche dal New York Times, con riferimento a tre categorie molto utilizzate tra gli over 65: benzodiazepine, antibiotici e aspirina. Il professor Tiziano Lucchi, direttore dell’Unità operativa di Geriatria del Policlinico di Milano, sottolinea che gli anziani sono spesso esclusi dagli studi clinici perché fragili e affetti da più patologie. In Italia, tuttavia, una persona su quattro ha più di 65 anni e la quota dei grandi anziani continua a crescere.
Un esempio riguarda il diazepam: la sua emivita, di circa 30 ore negli adulti giovani, può arrivare a circa 80 ore nell’anziano. Il farmaco può quindi restare in circolo per circa tre giorni. Da qui deriva una regola fondamentale della geriatria: iniziare con dosi basse e aumentare lentamente. Nell’anziano il dosaggio può essere circa la metà di quello usato nel giovane, talvolta anche un terzo, perché la finestra terapeutica si restringe e la distanza tra dose efficace ed effetti indesiderati diminuisce.
Benzodiazepine, antibiotici e rischio di uso improprio
Benzodiazepine come Valium, Xanax e Ativan, così come i farmaci Z utilizzati per l’insonnia, possono compromettere equilibrio, coordinazione e funzioni cognitive. Aumentano il rischio di cadute e fratture, soprattutto se associati agli oppioidi, e l’uso prolungato può favorire dipendenza. Negli Stati Uniti, tra gli over 65, il loro impiego è sceso dal 14% del 2015 all’11,5% del 2024, ma il calo si è arrestato dal 2020; tra gli over 75 è invece risalito dal 12% circa al 13%.
Interrompere questi trattamenti può essere difficile. Una sospensione improvvisa dei farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale può provocare sintomi da rebound o da astinenza. La riduzione deve quindi avvenire gradualmente e sotto controllo medico. Deprescrivere non significa semplicemente eliminare una compressa, ma verificare se la terapia sia ancora necessaria e scegliere il modo più sicuro per interromperla.
Gli antibiotici rappresentano un altro ambito delicato. In una persona fragile, già sottoposta a più trattamenti, un uso non necessario può aggiungere effetti indesiderati senza offrire benefici e contribuire alla resistenza antimicrobica. Uno studio citato dal New York Times, su circa 70 mila visite in 120 strutture dei Veterans Affairs, ha rilevato che gli antibiotici venivano prescritti nel 97% dei casi di diverticolite non complicata, nonostante le linee guida ne sconsigliassero l’uso routinario.
Particolare cautela è necessaria anche davanti alla batteriuria asintomatica, cioè la presenza di batteri nelle urine senza sintomi. Non indica automaticamente un’infezione da trattare: in questi casi l’antibiotico non offre un vantaggio e può favorire la selezione di microrganismi resistenti. L’autoprescrizione, compreso il riutilizzo di un medicinale già assunto in passato, resta sempre da evitare.
Aspirina: valutare ogni volta benefici e rischi
L’aspirina può mantenere un ruolo importante nelle persone che hanno già avuto un infarto, un ictus, un Tia o un altro evento cardiovascolare per cui è indicata una terapia antiaggregante. Diverso è il caso di chi non ha precedenti e la assume per prevenire un possibile evento. In questi pazienti, le raccomandazioni americane hanno ristretto l’uso nella prevenzione primaria, perché il possibile beneficio deve essere confrontato con il rischio di sanguinamento, che aumenta con l’età.
La prudenza terapeutica non significa curare meno, ma usare i medicinali quando sono davvero necessari e rivalutare quelli che non offrono più un vantaggio. Restano fondamentali il trattamento del dolore e la prevenzione vaccinale, con le immunizzazioni raccomandate per influenza, SARS-CoV-2, pneumococco ed herpes zoster. Anche in questi ambiti, la decisione deve essere condivisa con il medico e basata sulle condizioni della singola persona.