Marco Follini, in un intervento per Adnkronos, riflette sul linguaggio della politica e sulla reazione suscitata da due vicende personali diventate di pubblico dominio: l’intervista nella quale Dario Franceschini ha parlato con discrezione dei propri problemi di salute e il ricovero d’urgenza di Alessandro Di Battista in un ospedale cubano. Secondo Follini, il dolore, la malattia e la paura dovrebbero indurre al silenzio e alla cautela. Quando però questi temi entrano nel dibattito pubblico, possono produrre un momentaneo cambiamento del tono dello scontro politico.
Il rispetto come eccezione
La solidarietà mostrata nei confronti di Franceschini e Di Battista, osserva l’autore, non rappresenta necessariamente una pacificazione degli animi. Può però segnalare una stanchezza diffusa verso i linguaggi più aggressivi utilizzati quotidianamente da partiti e protagonisti della scena pubblica. Il rispetto sembra emergere soprattutto quando un esponente politico attraversa una fase di particolare difficoltà, quasi che soltanto la malattia o l’emergenza riescano a restituirgli una considerazione che dovrebbe essere riconosciuta a tutti.
Follini descrive il linguaggio politico come un insieme di parole nobili e formule più dure, talvolta anche triviali. Le prime, sostiene, vengono utilizzate con minore frequenza e raramente nei confronti di chi appartiene allo schieramento avverso. Le seconde, invece, rischiano di diventare la regola, nella convinzione che gli attacchi non finiscano mai per colpire chi li pronuncia. A questo proposito richiama Leonardo Sciascia e la sua riflessione sul fatto che le parole non possono essere richiamate a piacimento dopo essere state pronunciate.
La responsabilità delle parole
Il linguaggio, aggiunge l’ex esponente politico, non è soltanto una maschera costruita per persuadere gli elettori, né un copione affidato a professionisti della comunicazione. Anche quando è studiato, oppure quando nasce in modo spontaneo, rivela qualcosa dell’identità di chi parla e, attraverso i singoli protagonisti, dell’anima del Paese. Le parole restano quindi nella memoria collettiva oltre le intenzioni e i calcoli di chi le usa.
La riflessione centrale riguarda gli anni trascorsi nella demonizzazione reciproca. Da destra, da sinistra e dal centro, le diverse componenti politiche avrebbero finito per trasformare l’arma dello scontro in un boomerang, contribuendo a delegittimare la politica nel suo complesso. Il desiderio di cambiare tono, quando si presenta un’occasione legata alla sofferenza di un avversario, sarebbe così anche una forma di presa d’atto degli eccessi precedenti.
Follini riconosce che l’appello alle buone maniere rischia di rimanere senza conseguenze, soprattutto in prossimità della conclusione della legislatura e della preparazione della campagna elettorale. Proprio la ricerca immediata di parole più rispettose e, in alcuni casi, più affettuose nei confronti degli avversari viene però indicata come un segnale da non ignorare. L’invito finale è a collocare il confronto politico su un terreno più attento all’umanità di ciascuno, senza aspettare che la difficoltà personale di qualcuno renda necessario riscoprire il rispetto.