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Come i social possono indebolire l’autostima

Filtri, modelli irrealistici e paragoni continui condizionano soprattutto adulti fra 40 e 60 anni.

Il confine tra reale e virtuale è sempre più sfumato. Selfie, videochiamate, storie, filtri, reel, avatar e immagini generate dall’intelligenza artificiale contribuiscono alla costruzione dell’identità e modificano il modo in cui si percepisce il corpo. È la dimensione “on life” descritta dal filosofo Luciano Floridi: una realtà integrata, in cui online e offline non sono più ambiti separati. Il fenomeno riguarda gli adolescenti, ma coinvolge sempre più anche gli adulti, in particolare le persone tra i 40 e i 60 anni.

Sui social il confronto con immagini curate e apparentemente perfette è continuo. Donne sempre energiche, toniche e impeccabili, madri multitasking, professioniste senza imperfezioni e cinquantenni senza rughe possono alimentare la sensazione di non essere all’altezza. Secondo Chiara Faroni, psicologa specializzanda in psicoterapia, negli adulti può crescere la distanza tra ciò che si è e ciò che si pensa di dover essere. Anche l’invecchiamento rischia così di essere vissuto come qualcosa da contrastare, anziché come una fase naturale della vita.

Quando la cura di sé diventa una pressione

Filtri sofisticati e immagini create dall’AI propongono volti e corpi difficili, se non impossibili, da raggiungere nella realtà. Rughe, cellulite, stanchezza e cambiamenti legati all’età possono essere interpretati come difetti da correggere. Il confronto, inoltre, è immediato e misurabile attraverso like, follower e visualizzazioni, con il rischio di alimentare una spirale di insoddisfazione. Lo stesso può accadere con il wellness: allenamento, alimentazione sana e cura personale sono risorse positive, ma possono trasformarsi in fonti d’ansia quando diventano obblighi rigidi o inseguimenti di routine irrealistiche.

La soluzione non consiste necessariamente nell’abbandonare internet. I social possono aiutare a connettersi, trovare motivazione e scoprire modi diversi di vivere il corpo. Il punto, spiega Faroni, è sviluppare un pensiero critico: chiedersi se un contenuto fa stare bene oppure aumenta il senso di inadeguatezza. Quando emerge un pensiero negativo, può essere utile verificare se si basa su dati concreti o su una fantasia e domandarsi se contribuisce a sostenere o a sminuire la propria immagine.

Il rischio della dismorfia da filtro

La cosiddetta “filter dysmorphia”, o dismorfia da filtro, si verifica quando una persona si abitua alla propria immagine modificata fino a percepire il volto reale come sbagliato. Pelle levigata, naso più sottile, occhi ingranditi e zigomi ridefiniti possono diventare il nuovo riferimento con cui confrontarsi. Nei casi più estremi, l’insoddisfazione può spingere a valutare interventi estetici per assomigliare alla versione digitale di sé.

Un fenomeno collegato è il “looksmaxxing”, cioè la ricerca di un miglioramento costante dell’aspetto attraverso skincare, palestra, diete rigide e cura ossessiva di capelli, denti, postura e stile. Anche questo comportamento coinvolge adulti e over 40, spinti dal desiderio di apparire sempre giovani e impeccabili. Per proteggere l’autostima, l’esperta suggerisce di riportare l’attenzione su relazioni autentiche, attività piacevoli e una cura equilibrata del corpo. Fare una pausa dai social, respirare profondamente e tornare al presente può aiutare a interrompere il confronto continuo.