Lombardia

Sparatoria fuori dalle piscine: quattro persone in carcere

Le telecamere avrebbero documentato l’agguato contro un cittadino marocchino: il mezzo usato per la fuga è stato riconosciuto da un testimone.

Era il 21 giugno, intorno alle 19, quando all’esterno delle piscine Aquamore di Seriate si è verificata una sparatoria. In quel momento la zona era frequentata da persone che stavano lasciando l’impianto, tra amici e famiglie con bambini. Nel mirino c’era un cittadino marocchino, uscito dalla struttura insieme alla fidanzata incinta. L’uomo è stato inseguito da due persone armate, che hanno aperto il fuoco senza riuscire a colpirlo.

L’agguato ripreso dalle telecamere

Secondo la ricostruzione degli investigatori, uno degli aggressori si era nascosto dietro l’edicola di via Decò e Canetta, con il volto coperto e abiti scuri. Un secondo uomo si trovava dietro un’automobile, anche lui con il viso nascosto da un passamontagna. Quando l’obiettivo è uscito dalle piscine, i due gli sarebbero andati incontro. La vittima, dopo un primo momento di choc, ha iniziato a correre, mentre gli aggressori la seguivano e sparavano.

La scena è stata registrata dalle telecamere della zona. Un testimone ha inoltre memorizzato la targa della Peugeot 3008 presa a noleggio, sulla quale si trovavano altri due componenti del gruppo. Questi elementi hanno rappresentato il punto di partenza dell’indagine condotta dai carabinieri della Compagnia di Bergamo, coordinati dal pubblico ministero Antonio Mele.

Le contestazioni agli indagati

Tra le persone finite in carcere c’è El Allali Boutrousse, 29 anni, ritenuto dagli inquirenti il capo della spedizione e l’uomo che avrebbe imbracciato il kalashnikov. Agli investigatori avrebbe dichiarato che l’intenzione era soltanto quella di spaventare il connazionale e fargliela pagare. È ritenuto coinvolto nell’azione anche Ait Zahhaf Abdelmalek, 27 anni, che invece non ha parlato.

Sono inoltre detenuti A.M., 20 anni, e A.T., 24 anni. Per loro, secondo quanto ricostruito nell’inchiesta, l’accusa non riguarda la partecipazione alla spedizione punitiva, ma il fatto di aver maneggiato armi da guerra. Questo costituisce l’altro filone dell’indagine, che ha portato gli investigatori a occuparsi di kalashnikov e fucili nascosti e sepolti nei boschi del Milanese e del Varesotto. Gli inquirenti collegano la sparatoria alla guerra per il controllo dello spaccio.